IV Domenica di Pasqua – Il Pastore “buono-bello”

A CHI APPARTENIAMO? CHI ASCOLTIAMO?

At 13, 14.43-52; Sal 99; Ap 7, 9.14-17; Gv 10, 27-30

 

A chi apparteniamo?
Chi ascoltiamo?

L’alternativa è appartenere a se stessi e ascoltare se stessi, oppure appartenere a Cristo e ascoltare Lui. Tra questi due poli una gamma di varianti in cui l’appartenenza a se stessi si declina con varie e molteplici consegne a idoli di diverso genere. Il mondo è il grande “amplificatore”, in cui le voci del proprio egoismo si mescolano con le voci mondane; una mescolanza di voci che vogliono solo una cosa: convincerci a seguire falsi pastori su vie ed “ideali” che illudono ed imprigionano.

Il breve passo di Giovanni che oggi ascoltiamo, tratto dal capitolo decimo dell’Evangelo, fa parte del cosiddetto discorso sul “buon pastore” e parte proprio dalla sottolineatura dell’appartenenza a Lui. Il criterio per verificare l’appartenenza al pastore “buono-bello”, il metro cioè per definirsi sue pecore sta nella capacità che si ha di ascoltare la sua voce e di seguirlo. Ascoltare la sua voce rimanda ad una relazione che viene prima dei contenuti dell’ascolto; infatti Gesù non ha detto “ascoltano la mia parola” ma “ascoltano la mia voce”: si tratta allora di un lasciarsi “avvolgere” dalla sua persona, lasciarsi avvincere da Lui. Ascoltare la voce è seguirlo per stare con Lui, e basta!

Dopo che lo si è contemplato sulla croce (cfr Lc 23, 48) nell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1), questo pastore ha offerto agli uomini tutta la sua affidabilità! A Lui ci si può consegnare … ora basta il suono della sua voce, basta cioè la sola sua presenza per credere e affidarsi. Chi appartiene a Lui desidera solo una cosa: stare nelle sue mani! Sono mani affidabili, tanto che per noi si sono lasciate trafiggere; e sono mani affidabili perchè ci conducono alle fonti dell’acqua della vita, come leggiamo nell’Apocalisse. Lui è un pastore affidabile perché non è estraneo al gregge: si è fatto uno di loro! È straordinaria quella sovrapposizione che l’Autore dell’Apocalisse ci fa balenare innanzi: è l’Agnello divenuto pastore! È pastore perché si è fatto Agnello che ha dato la vita, ed è Agnello che sa dove sono le fonti della vita, sa che, paradossalmente, quelle fonti sono solo là dove si dà la vita, là dove si è capaci di perdere la vita!

La Pasqua ci ha proclamato proprio questa verità: solo chi dà la vita trova la vita, e la vita senza fine, una vita che spalanca all’eterno … ecco perché solo l’Agnello può essere il pastore “buono-bello”! La vita eterna che il pastore-Gesù può e sa dare non è solo la vita oltre la morte, ma è la vita dell’uomo che, nell’oggi della sua storia, vive la vita di Dio, vive quella vita che ha il sapore di Dio. Il pastore-Gesù, infatti, già oggi la vita eterna: la dà a chi sta nelle sue mani, a chi decide di appartenergli. Anche qui, come sempre nel Quarto Evangelo, il seguirlo si versa in quella situazione stabile di appartenenza che è il rimanere. L’abitare, il dimorare nelle sue mani è la meta di chi ascolta la voce e lo segue …

Nel passo dell’Evangelo di oggi la fatica del rimanere è confortata da una certezza: questa dimora nelle mani del Figlio è un dimorare nelle mani del Padre, e questa è una condizione stabile! Che significa che nessuno può rapire le pecore dalle mani del Figlio e del Padre? Significa che la nostra stabilità è determinata dalla fedeltà di Dio, dal suo amore che non viene meno … da quell’amore che ha “conquistato” le pecore, e lo ha fatto con il sangue della Croce del Figlio! Quell’amore è una certezza che non viene meno, e su questo amore fedele si può scommettere seguendo, rimanendo e lottando per il Regno!

Questa stabilità nelle mani del Figlio e del Padre ci dà conforto e calore, ma non ci esime dalla lotta per voler rimanere in quelle mani, dalla lotta per voler rimanere in quell’appartenenza, dal porsi di continuo con l’“orecchio del cuore” teso a percepire le vibrazioni di quella voce che ci attira, ci “vince” e ci lega a sè con i dolci vincoli dell’amore. Si sta davanti al trono dell’Agnello divenuto Pastore, come ci suggerisce la visione dell’Apocalisse che ascoltiamo, con i rami di palma tra le mani: la palma è segno di vittoria, e la vittoria si ottiene dopo la lotta! Chi segue l’Agnello divenuto Pastore non può che stare con Lui anche nella tribolazione, non può che stare con Lui nel dare la vita!

Ecco che così comprendiamo una cosa: l’unità tra Padre e Figlio, che questi pochi versetti ridicono con forza sorprendente, si riflette immediatamente nell’unità che il credente sperimenta con l’Agnello! È così! Se ascoltiamo davvero la sua voce, e ci sentiamo conosciuti e riconosciuti dall’Agnello mettendoci alla sua sequela, non possiamo che fare delle nostre vite un dimorare nelle Sue mani, scegliendo senza paura le stesse vie d’amore costoso dell’Agnello. Così, in quelle mani, staremo sicuri, ma anche forti nella lotta e senza più né fame né sete, perché nutriti e dissetati di quella vita eterna che è vita nell’amore, già qui ed ora. Una vita che sazia e disseta perchè ricolma di senso!

            “Riconosciamo che il Signore è Dio,

            egli ci ha fatti e noi siamo suoi,

            suo popolo e gregge del suo pascolo”!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Print Friendly



Leggi anche:

Taggato , , , , , , , . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

I commenti sono chiusi