XXXIV Domenica del tempo Ordinario (B) – Dunque tu sei re?

 

E’ RE!

Dn 7, 13-14; Sal 92; Ap 1, 5-8; Gv 18, 33-37

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che sorge sulle labbra di Pilato nel dialogo tra lui e Gesù nel IV Evangelo, e che oggi è il cuore della liturgia di quest’ultima domenica dell’anno.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che il romano, gonfio del potere del mondo, rivolge a quello strano Galileo che, in catene e percosso dai suoi, ora gli sta davanti con una presenza che da sola lo interpella e lo stupisce.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che ogni uomo si deve fare e deve fare guardando negli occhi il Galileo che regnama in un modo così diverso da come noi immaginiamo i re e i dominatori di questo mondo.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che io devo farmi dinanzi a Lui che, con i segni di quelle trafitture, si presenta a me chiedendomi la vita, chiedendomi di seguirlo, chiedendomi di prendere con coraggio la sua stessa strada, anzi presentandosi a me come via Lui stesso (cfr Gv 14, 6).
Se davvero gli faccio questa domanda la risposta del Cristo sarà simile a quella che diede a Pilato in quel 14 di Nisan dell’anno 30: “Tu lo dici io sono re … per questo sono venuto presso di te, per questo posso chiederti di consegnarti a me; per questo posso chiederti la vita per ridartela in pienezza, per questo ti ho cercato: per comunicarti la verità”.

Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, è re perché amando fino all’estremo, non si è lasciato dominare dalle logiche mondane di vendetta, di rivalsa, di una giustizia che misura e retribuisce o punisce; è re perché non si è lasciato dominare, ma ha dominato, e il mondo con i suoi meccanismi e i meccanismi che si muovono in ogni cuore umano, ed anche nel suo di vero figlio di Adam.
E’ re perché ha fermato l’“ingranaggio” che da sempre fa muovere il mondo e le cose degli uomini, l’“ingranaggio” del male che genera male, della morte che genera morte, dell’odio che genera odio. Per fermare quell’ingranaggio Gesù di Nazareth vi si è gettato dentro, se ne è fatto “schiacciare” (“E’ stato schiacciato per le nostre iniquità” cfr Is 53, 5), ed ha pagato il prezzo dell’amore che si dona senza riserve.

Così dà testimonianza alla verità. Quale verità?
La verità su Dio e la verità sull’uomo.
Dio è un Dio che non ha nulla di perverso, è un Dio che è un Padre che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (cfr Gv 3, 16); è un Dio che si china ai piedi dell’uomo per toccarlo nelle sue miserie e nel suo peccato di cui si fa carico; è un Dio che regna in un modo altro rispetto ai regni del mondo, e che tuttavia dirà una parola di verità e di senso sulla storia.
L’uomo è creatura infinitamente amata da Dio, da quel Dio che lo chiama figlio nel Figlio e che si è unito, in Gesù, per sempre a lui; l’uomo è un essere che viene dall’Amore e che si realizza nell’amore; è una creatura che, per essere nella verità, è chiamato a ripresentare alla storia, sul proprio volto, il volto di Gesù nel suo “amore fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1), per essere uomo deve regnare come Lui, dominando le logiche mondane e chinandosi ai piedi dei fratelli amandoli, non nonostante le loro miserie, ma nelle loro miserie. Gesù dice la verità sull’uomo perché in sé ci mostra una via di vera e piena umanizzazione. Lo stesso Pilato lo dirà qualche riga dopo il passo di questa domenica, nell’Evangelo di Giovanni: “Ecco l’uomo!” (cfr Gv 19, 5).

La solennità di oggi deve essere allora sottratta ad ogni trionfalismo e deve essere posta sotto il segno della rivelazione piena del volto di Dio e del volto dell’uomo. E’ una solennità in cui bisogna contemplare per leggere il senso della storia alla luce di questa rivelazione.

Dunque tu sei re?
Sì, Lui è re capace di rivelare a tutti i popoli, a tutte le genti, a tutte le lingue e culture la verità più profonda, quella cui ogni uomo anela, quella verità che non è saccente, arrogante o schiacciante ma è la verità che dà senso a tutte le fatiche della storia e che mostra orizzonti di luce e di speranza anche lì dove pare regnare il buio e dove pare esistano solo sentieri tortuosi e incomprensibili.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           

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