II Domenica di Quaresima – la Luce del Tabor

La Trasfigurazione di Beato Angelico (affresco) – Museo nazionale di San Marco, Firenze

L’ALTROVE DI DIO

Gen 15, 5-12; 17-18; Sal 26; Fil 3, 17-4,1; Lc 9, 28-36

 

La scena del Tabor è al centro della seconda tappa della Quaresima. Luca non la chiama “Trasfigurazione” (“metamorphosis” in greco) perché probabilmente, per il suo uditorio di provenienza pagana, poteva risultare una parola ambigua, che rimandava alle “metamorfosi” mitologiche cantate dai grandi poeti greci e latini (pensiamo ad Omero, a Esiodo o a Ovidio). Luca ci tiene a dire che non si tratta di un “mito”, ma di una rivelazione di Dio che avviene nella storia degli uomini amati da Dio (cfr Lc 2,14).

Nei versetti che precedono questo racconto, Gesù ha annunziato la sua passione e ha proclamato che alcuni, viventi in quel momento, avrebbero visto la gloria del Figlio di Dio (cfr Lc 9, 21-27). Per Luca ciò che accade sul Tabor (il nome del monte non è mai citato dagli evangelisti, ma la tradizione antichissima della Chiesa ha localizzato sul Tabor questo episodio, e non c’è motivo per situarlo altrove!) è conferma di quella parola: qualcuno, i tre discepoli scelti da Gesù, inizia a vedere la gloria, a rendersi conto, cioè, della presenza di Dio che salva. In più, Luca ci dice che il volto di Gesù divenne altro! Ora, se decodifichiamo questa parola, comprendiamo cosa accadde lì, durante la preghiera di Gesù sul monte: i tre discepoli ricevono in dono la capacità di scorgere uno svelamento della santità, dell’alterità di Gesù! Gesù è altro! Gesù non è solo quello che loro avevano potuto vedere o capire… Guai a chi riduce Gesù ai soliti schemi delle nostre comprensioni e delle nostre dinamiche…Gesù è altro! Gesù è quell’alterità che vuole afferrare la nostra umanità, per darle quello stesso sapore altro che è il “sapore di Dio”! Sul monte, il Padre proclama che in quel Figlio amato è offerta a tutti una vera possibilità di alterità, di santità! Un’alterità che tocca e fa brillare di bellezza la nostra carne, il nostro volto quotidiano, le nostre vesti di ogni giorno… è, infatti, il Gesù di tutti i giorni che sul monte diventa “altro”!

Dio viene sempre a spezzare i soliti schemi: a rendere fecondo chi è infecondo, a rendere glorioso ciò che è misero. Le letture di questa domenica presentano proprio il Dio che spezza gli schemi scontati degli uomini: Abramo, vecchio e infecondo, è condotto da Dio a guardare il cielo stellato ed a credere più allo sfavillare di quelle infinite fiammelle nel buio che alla sua vecchiaia sterile…Dio è altro e rende altro! Nella sua Lettera ai cristiani di Filippi, Paolo confida a quei credenti la sua certa speranza che la nostra miseria non resta miseria, la nostra fragilità non resta fragilità…ciò che è misero è chiamato alla gloria di Dio.

La scena del Tabor però ci dice anche che tutto questo non è “a basso prezzo”, e che Gesù è il Figlio amato disposto ad incamminarsi sulla via di un esodo “costoso”, un esodo che “compie le promesse di Dio”!

I tre discepoli, saliti sul monte del “volto altro”, accanto a Gesù vedono Mosè ed Elia, i profeti per eccellenza della Prima Alleanza.

Anch’essi sono saliti sul “monte” per incontrare la gloria di Dio: Mosè, che aveva guidato l’esodo dall’Egitto sperimentando al Sinai la presenza di Dio, chiese di vedere un volto che tuttavia non poté vedere (cfr Es 33, 17-23). Elia, che su quello stesso monte era salito stanco e perseguitato, aveva percepito la presenza di Dio non nei turbini, nel fuoco o nella tempesta, ma in un silenzio trattenuto che gli chiedeva di iniziare ad intraprendere gli ultimi passi della sua vita, nell’umiltà di chi sa che qui non ha una stabile dimora (cfr 1Re 19,12). Elia, infatti, di lì a poco verrà rapito da Dio in un turbine di fuoco per un esodo definitivo da questo mondo, lasciando ad Eliseo il suo ministero (2Re 2,11-12). Ora sul Tabor, tra Mosè ed Elia, c’è Gesù, il quale – nel mostrare a Mosè quel volto che tanto aveva desiderato vedere – è pronto ad entrare nel silenzio trattenuto della morte, in cui Dio paradossalmente parlerà all’uomo, raccontandogli la sua tenerezza e la sua misericordia. L’Esodo di Mosè si compirà in Gesù, ed il Dio silenzioso di Elia scenderà davvero nel silenzio del sepolcro di Gerusalemme…

Luca sottolinea che Mosè ed Elia parlano con Gesù dell’esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme (e Luca, sapientemente, usa il verbo del raggiungimento della pienezza, “pleròo”). L’antico esodo di Isrele dall’Egitto finalmente sarà compiuto.

Ciò che Mosè aveva iniziato, ora verrà donato a tutte le genti che, in Gesù, potranno uscire da una terra di schiavitù disumanizzante per una terra di vera umanità e di libertà! Anche l’esodo di Elia sarà compiuto in Gesù: Elia, infatti, dovette uscire da sé per giungere ad “altro”; Elia, uomo di fuoco, nell’incontro con il “silenzio trattenuto” sul monte, dovette divenire uomo di silenzio; fu fatto uomo nuovo, tutto proiettato ad una patria nell’“altrove” di Dio, ad una patria altra, come scrive Paolo nel passo di oggi della sua Lettera ai cristiani di Filippi. L’esodo di Elia sarà compiuto in Gesù poichè questi creerà l’uomo nuovo, capace di dimorare nel silenzio di Dio, e vivendo la storia con lo sguardo fisso nell’altrove di Dio.

Dinanzi a tutto ciò resta il rischio del sonno: Pietro e gli altri vivono quest’ora del Tabor in un sonno opprimente, e anche Abramo, nella prima lettura, precipita nel sonno mentre Dio passa per l’Alleanza. Questo sonno ci parla dell’impotenza dell’uomo davanti all’iniziativa di alleanza che Dio vuole stipulare con la storia; questo sonno ci dice che la nostra condizione è spesso quella di chi entra in un ottundimento, che è incapacità a cogliere l’alterità che Dio ci propone, incapacità a cogliere quell’ora di esodo dinanzi a cui bisogna prendere una decisione: entrarci e basta! In quel sonno si può avere la stolta pretesa di voler imprigionare Dio in tende costruite da noi, come ingenuamente vorrebbe Pietro: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia”… sì, ingenuamente perché vorrebbe abitare nella luce di Pasqua senza passare per la passione, senza nessun esodo costoso. Luca dice che questo è essere insipienti: Non sapeva quel che diceva

Vivere questo tempo di Quaresima ci impone di entrare nel silenzio e scoprire lì i desideri di Dio a nostro riguardo. Vivere la Quaresima significa essere disposti a quella croce su cui l’uomo vecchio deve essere crocefisso…e questo fa male! Non si arriva alla tenda della gioia senza i “no” dolorosi da dire all’uomo vecchio; è la dinamica pasquale per la quale la Quarsima è ascesi, esercizio, allenamento.

La luce del Tabor ci conforta, e ci mostra la meta in quel volto altro; un volto altro che desidera dare anche a noi alterità…ma ne pagheremo il prezzo?

La voce del Padre sul monte ci consegna l’estremo “Shemà” che compie il primo dato ad Israele: Ascoltate Lui! Solo questo ascolto ci rende capaci di intraprendere con Gesù l’esodo pasquale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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