V Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – In cerca dell’uomo

 

VENUTO PER I MALATI E I PECCATORI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

Chi è Dio e chi siamo noi?
Già Agostino e poi Francesco d’Assisi compresero e proclamarono che in questa conoscenza c’è davvero ogni sapienza. La liturgia di questa domenica ci dice come in questa conoscenza ci sia quella consapevolezza che rende piena e vera ogni vocazione, ogni sequela.

L’Evangelo di Luca, nel capitolo precedente, in fondo ci ha detto della parola di Gesù; quella parola detta a Nazareth, quella parola che mostra un compimento della parola annunziata dai profeti, quella parola che è autorevole perché non è solo una parola che insegna ma una parola che dice ciò che Gesù vive! C’è assoluta conformità tra ciò che Lui dice e ciò che Lui fa.
Da questo la riflessione cristiana arriverà a dire che Lui non solo dice la Parola di Di, ma è la Parola di Dio.

Nel capitolo quarto, in tal senso, c’era stato un culmine nella domanda della folla che, dopo l’esorcismo di Cafarnao, esclama: «Che parola è questa che, con autorità e potenza, comanda agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?» (cfr Lc 4, 36). La coincidenza tra la parola e la vita, tra il dire e l’operare di Gesù, attrae tanta gente a seguirlo; ed eccoci così all’inizio del capitolo quinto: c’è un tale assembramento di folla da richiedere un “pulpito” imprevisto per quella parola. Luca sottilmente ci dice che Gesù proclama la Parola di Dio, la sua parola è Parola di Dio e questo non solo nel senso che ripeteva ciò che il Padre gli diceva, ma soprattutto nel senso che tutto ciò che Lui è e dice è Parola di Dio, e la gente lo percepisce notando quella conformità tra la sua parola e la sua vita.

L’evangelista ci consegna un particolare importantissimo: quel “pulpito” improvvisato è la barca di Pietro, immagine della Chiesa che deve proclamare una parola che deve avere quella stessa conformità; solo così sarà credibile!

In Luca non è narrata la vocazione dei primi quattro discepoli dopo il Battesimo e le Tentazioni, ma dopo un tempo di predicazione e anche di miracoli di Gesù. Marco e Matteo avevano letto la vocazione dei primi discepoli presso il lago come immediata, tanto immediata da non aver bisogno di nulla se non di quella parola che chiamava! Luca ci vuol dire, invece, che la risposta ad una chiamata ha bisogno di consapevolezza; la sequela di Pietro e dei suoi compagni inizia partendo da una consapevolezza di una parola autorevole e di una parola capace di divenire azione, fatto, in quest’ultimo caso parola che diviene reti piene. Pietro già sa della qualità straordinaria di Gesù come uomo in cui coincidono parola ed azione, parola e vita, tanto che, nel rivolgersi a Lui per dirgli il suo sì a gettare, assurdamente, ancora le reti dopo una notte infruttuosa, lo chiama “epistáta” e non “didáscale”: “epistátes”, infatti, significa “maestro”, ma nel senso di “capo”, di chi guida con la sua parola; “didáscalos” significa, invece, maestro nel senso di insegnante. Nell’Evangelo di Luca i discepoli chiamano sempre Gesù “epistáta” e gli altri, specie scribi e farisei, lo chiamano “didáscale”.

Pietro si lascia guidare e lì, in questa sua docilità, avviene la conoscenza: vedendo quella parola di Gesù divenire reti piene, abbondanza ove c’era miseria, fecondità lì dove c’era infecondità, Simon Pietro coglie la verità su Gesù e la verità su di sé; Gesù è il Santo e Lui è un peccatore!

E’ la stessa esperienza di Isaia nel racconto della sua vocazione che oggi leggiamo come prima lettura: «Un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito»; è la stessa esperienza di Paolo nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto in cui narra della sua chiamata: «Ultimo apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli e non degno neanche d’essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio»; poi però Paolo aggiunge: «Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana».

Paolo già sa, perché l’ha già sperimentato, quando scrive la lettera, che la grazia ha operato nella sua debolezza e nella sua miseria. Isaia e Pietro lo sperimenteranno.
A Pietro, che gli confessa la sua miseria di peccatore, Gesù fa, di contro, la sua proposta vocazionale; la sua parola, che opera e crea, farà di Pietro qualcosa di nuovo: pescatore di uomini. Luca, alla lettera, scrive sarai uno che prende vivi gli uomini. Pietro, segnato dalla morte e dal peccato, prenderà gli uomini per la vita, per portarli alla vita.
Il peccato di Pietro non è una diga o un baratro tra lui e Gesù; è il luogo invece del loro incontro. Sapere di essere peccatore e sapere la santità di Dio è vera sapienza, perché non resta semplicemente una consapevolezza, una notizia che potrebbe risultare solo avvilente e paralizzante (la prima reazione di Isaia e di Pietro è proprio quella di una paralisi dinanzi al santo!), ma è luogo in cui avviene un incontro che salva e da cui parte una via ulteriore di salvezza anche per altri uomini: quelli cui Isaia è inviato, quelli che Pietro dovrà trarre vivi dalle acque di morte, quelli che, ascoltando Paolo, hanno creduto alla sua predicazione.
Quanto il cristianesimo è lontano da ogni via religiosa! Le vie religiose vogliono separazione e purezza per l’incontro con Dio; il cristianesimo, in Gesù, ci ha raccontato un Dio che cerca l’uomo nel suo peccato, non se ne spaventa e non aspetta nessuna purificazione previa per incontrarlo ma, proprio nell’incontrarlo, lo rende nuovo e capace di opere di vita!

Tutte le volte che abbiamo annunziato un cristianesimo per i “puri” abbiamo tradito Gesù e il suo Evangelo, abbiamo annunziato un cristianesimo tanto sfigurato da non avere più nulla a che fare con Gesù di Nazareth, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo venuto non per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori (cfr Lc 5, 31-32).

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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