V Domenica del Tempo Ordinario – La barca infeconda di Pietro

PIETRO, UNO SPECCHIO NEL QUALE RIFLETTERE NOI STESSI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

 

La pesca miracolosa (Raffaello, Victoria and Albert Museum, Londra)

 Nell’Evangelo di Luca, la vicenda di Pietro con Gesù è racchiusa tra questo grido di sconcerto “Allontanati da me che sono un peccatore” e quel pianto amaro dopo il canto del gallo nella notte del giovedì santo! La sua vicenda è emblematica delle nostre vicende con Gesù…è uno specchio nel quale possiamo e dobbiamo rifletterci; la chiamata che Gesù fa a Simone è molto semplice: gli chiede di mettergli a disposizione la barca del suo quotidiano…dalla barca di Pietro parlerà alle folle che fanno ressa per ascoltare la parola di Dio…proprio la gente che Gesù cerca, non è, infatti, gente che cerca miracoli, ma parola di Dio…la barca di Pietro sarà il luogo da cui Gesù farà risuonare la parola! Per parlare all’uomo, Gesù anche oggi ha bisogno delle nostre barche, ha bisogno cioè dei luoghi in cui viviamo il nostro ordinario; quando le nostre barche accolgono Lui che parla al mondo diventano anche capaci di prendere il largo, e di trovare il profondo

Simone non ha paura di offrire a Gesù la sua barca infeconda…la parola che vi viene pronunciata diventerà fecondità. Pietro getterà la rete su quella parola!

Credo che l’evangelo di questa domenica debba suggerirci una seria riflessione circa le aperture dei “luoghi” del nostro quotidiano alla Parola di Cristo. E’ necessario smettere di relegare la Parola di Dio in spazi ristretti, annuali magari…in spazi “sacri”, a tenuta stagna rispetto agli spazi “profani”. Distinzione questa tra “sacro” e “profano” che è meglio lasciare ai pagani in quanto non hanno nulla di cristiano, nulla di evangelico; in quanto la rivelazione cristiana ci racconta di un Dio che ha proclamato “santo” ogni spazio umano, ogni carne, ogni tempo. L’incarnazione ha fatto della storia un luogo di Dio: ogni carne è chiamata ad essere carne di Dio, ogni terra terra santa, ogni giorno tempo di grazia.

La presenza di Dio cerca l’uomo nella storia, senza paura della storia; Gesù non teme la barca “infeconda” di Pietro, non teme la sua carne di peccatore…è pronto a trasformare la barca infeconda in luogo del risuonare della parola; è pronto a trasformare il piccolo e rozzo pescatore in pescatore di uomini.

Gesù crea una vicinanza straordinaria perché Lui è la vicinanza di Dio! Una vicinanza che “spaventa”, una vicinanza che, paradossalmente, diventa per Pietro (ma sempre anche per noi!) un grido di paura: Allontanati da me che sono un peccatore! Come ci somiglia Pietro! Quando vede la sua infecondità diventare abbondanza, quando vede quella sua barca colmata, comprende che Gesù è il santo, è altro…e lui, invece, è come il mondo! Ed ecco che, in un moto di profonda verità chiede a Gesù l’unica cosa che Gesù proprio non può volere: Allontanati da me che sono un peccatore! Come può volere la lontananza chi è venuto per essere definitiva vicinanza di Dio proprio per l’uomo peccatore? Come può volere la lontananza chi è venuto a cercare chi era perduto (cfr Lc 19,10)?

Pietro dovrà imparare che proprio su quella strada di peccato e di miseria Gesù lo cercherà, e lo incontrerà fino a quello sguardo che gli donerà nel cortile di Caifa dopo il suo ultimo rinnegamento e dopo il canto del gallo (cfr Lc 22,61). Proprio su quella strada di miseria e viltà, proprio su quella “distanza” Gesù pone la sua parola di chiamata e chiede di non aver paura: Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini.

Mi pare rilevante che questa non sia una parola di proposta, ma una parola di creazione:  Sarai pescatore di uomini. In quell’ora, tra Gesù e Pietro c’è stato un incontro nella più profonda verità, e per questo è iniziato per Pietro un processo inarrestabile ed irreversibile…è iniziata per lui una nuova creazione, è iniziato a nascere un uomo nuovo; sì, poi ci saranno ancora le cadute: quella celebre della sera dell’arresto, quella più sottile di Antiochia quando Paolo dovrà rimproverarlo con durezza (cfr Gal 2,11ss), ma ormai Pietro è il pescatore al servizio dell’Evangelo, ed avrà imparato ad “usare” le sue miserie come luogo tremendo e dolcissimo dell’incontro con il suo Signore. Forse fino a quella croce piantata sul colle Vaticano, Pietro dovrà lottare con il suo essere un peccatore (e non a caso la tradizione vuole che si sia fatto crocifiggere capovolto perché non degno di morire come Gesù!), ma con una certezza: quella parola di Gesù, in quel giorno lontano sul lago di Genezaret, l’aveva fatto, creato come “uomo nuovo”, quella parola aveva fatto di lui qualcun altro!

Gesù aveva potuto far questo perché Pietro gli aveva aperto uno spiraglio del cuore; non solo gli aveva dato la barca ma soprattutto gli aveva dato fiducia, aveva creduto alla parola di Gesù: aveva preso il largo dalle sue piccole sponde rassicuranti e si era spinto là dove era profondo! È la via anche per noi, è la via che la Chiesa deve intraprendere: fidarsi, andare al largo senza alcuna sicurezza se non quella “parola” che le è stata consegnata! Non ci sono altre “vie”… le altre sono vie “logiche” e piene del solito, triste “buon senso” del mondo. E si resta sulla riva, sulla riva dei comodi compromessi, sulla riva “senza rischi”, sulla riva delle complicità meschine quando non vergognose, sulla riva della mediocrità che uccide l’Evangelo…

La via della fiducia in quella parola paradossale che proviene da Cristo è l’unica via, e non è impedita neanche dal peccato…anzi, ci fa bene ripetercelo, il peccato e la miseria possono divenire luogo di un incontro fecondo tra noi (che siamo questo e non possiamo e dobbiamo fingere di non esserlo!) e il Cristo che è il Figlio venuto a cercarci proprio e solo lì!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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