X Domenica del Tempo Ordinario – La vedova di Nain

RICONOSCERE LA VISITA DI DIO

1Re 17, 17-24; Sal 29; Gal 1, 11-19; Lc 7, 11-17


Il racconto di Luca della risurrezione del figlio della vedova di Nain è messo in parallelo, alla liturgia di questa domenica, con il racconto del Primo libro dei Re in cui Elia risuscita il figlio della vedova di Zarepta … il parallelo è tale solo per l’oggetto del “miracolo”: un figlio di vedova … per il resto i due racconti sono molto differenti e, in queste differenze penso che sia racchiuso il tema centrale di una possibile riflessione.

La scena di Luca presenta l’incontro con una donna che piange senza speranza e che nulla chiede, chiusa nella sua disperazione … nulla chiede perché è sovrastata dalla morte che si mostra più forte di tutto, chiudendo tutti i varchi di futuro…Una donna di cui Gesù non conosce altro se non il pianto … Nel racconto del Primo libro dei Re, invece, il profeta Elia ben conosce quella donna che, pur nella sua povertà, era stata sua benefattrice…è una donna che affronta il profeta e quasi lo insulta, accusandolo inspiegabilmente della morte del figlio, e notando che non c’è simmetria tra le sue opere buone e la terribile disgrazia che l’ha colpita. Elia prega e supplica Dio con gesti forti facendo memoria dei meriti della donna…e il bambino risuscita.

Gesù non fa nulla di tutto questo; non prega, non fa gesti; Gesù comanda: “Giovinetto, dico a te!” Così lo restituisce alla vita, e la vita è relazione, è possibilità di comunicazione; Luca infatti nota che il giovinetto “incominciò a parlar”e: esce dal mutismo della morte, da quell’assenza di comunicazione che è la morte, ed entra di nuovo nella vita. Gesù non conosce quella donna, non sa se abbia dei meriti o dei demeriti, Gesù sa solo che soffre!

Se il miracolo di Elia è generato dal debito di gratitudine del profeta, il miracolo di Gesù a Nain sorge solo dalla compassione di Lui, solo dal sentire in sè la forza bruciante di quelle lacrime di dolore. “Gesù ne ebbe compassione”, scrive Luca, ed il verbo che usa è “splanchnìzo” che significa “sentire dolore nelle viscere”, “sentire dolore nel grembo”… un verbo che richiama a quelle “viscere di misericordia” di cui canta Zaccaria, il padre del Battista, nel suo inno di lode (“splánchna eléous theoũ” = “viscere di pietà di Dio” cfr Lc 1,78). E’ questa misericordia profonda, materna, viscerale che visita la miseria del dolore dell’uomo e porta speranza e redenzione!

Gesù non sa nulla di questa vedova di Nain, non parte dai suoi “meriti”: il suo solo “merito” è la sua povertà, addirittura il suo “merito” è la sua disperazione, è quell’abisso di non-senso che la abita in quell’ora buia (la morte di un figlio unico di madre vedova era a quei tempi non solo il dolore di sempre d’una madre che perde un figlio, ma la fine di ogni speranza di futuro e di vita e di sostentamento).

La parola che Gesù le dice sarà sembrata a quella madre una parola carica di non-senso: Non piangere! Chi può dire ad una madre di non piangere un figlio morto? Nessuno di noi!…perché nessuno di noi ha risposte vere a quel dolore. Solo Gesù può dire “non piangere”, perché Lui è la risposta vera a quelle lacrime, Lui è l’esodo da quella via di morte.

Emerge allora qui ancora il tema della gratuità della salvezza, quella gratuità che anche il brano della Lettera di Paolo ai cristiani della Galazia mette in evidenza: Paolo, infatti, scrive di una chiamata di Dio fin dal grembo materno, e una chiamata così non guarda a meriti o demeriti, è generata dalla pura grazia. Una chiamata che è semplice compiacimento di Dio, assolutamente sganciato da ogni considerazione di merito, anzi palesemente non ostacolata dal demerito e dal peccato di chi addirittura “devastava la Chiesa di Dio” perseguitandola.

L’evangelo di questa domenica è davvero un “evangelo”, è la bella notizia della visita di Dio, una visita che avviene tramite una parola che salva, e che viene ad incontrare gli uomini nelle loro lacrime senza speranza, nelle loro morti che spengono il futuro, in quei dolori che sono visibili solo ad una compassione senza limiti. La gente di Nain riconosce che Gesù è profeta (in questo dicono parole simili a quelle della vedova di Zarepta dopo la risurrezione del figlio!), ma anche che in quella profezia c’è la visita di Dio.

Il tema della visita è presente nel racconto di Luca nelle parole di stupore della gente dinanzi a questo segno di potenza, ma anche parole di gratuita misericordia: “Dio ha visitato il suo popolo”. Interessante anche qui il verbo che Luca usa (qui come nel cantico di Zaccaria per ben due volte: cfr Lc 1,68.78!) è il verbo “episképtomai”, che è un verbo che contiene il concetto di “vedere”: chi visita è uno che vede da vicino, è uno che si preoccupa, è uno che soccorre.

Luca è coerente con il suo progetto, palese fin dalle prime pagine del suo Evangelo: Dio visita il suo popolo perché Gabriele visita Zaccaria nel Tempio, e poi Maria a Nazareth; in seguito Maria visita Elisabetta e, in quella visita, è Dio che visita di nuovo colei che già era stata visitata, divenendo inaspettatamente madre; poi, come già dicevamo, Zaccaria esplicita questa visita di Dio (usando proprio il verbo che qui usano gli abitanti di Nain) facendo del visitare un predicato per “definire” Dio: “Benedetto il Signore, Dio di Israele che ha visitato e riscattato il suo popolo” e, alla fine del suo cantico, ripete che il Signore “visiterà il popolo come sole che sorge dall’alto”. Ancora Luca racconta di angeli che visitano i pastori e di pastori che, a loro volta, visitano il Bambino a Betlemme. Quasi alla fine dell’Evangelo, poi, Gesù rimprovera Gerusalemme perché “non ha riconosciuto il tempo in cui è stata visitata” (cfr Lc 19,44).

La gente di Nain, invece, aveva riconosciuto questa visita tanto che questa parola (così scrive Luca e non “fama”!) si diffuse per tutta la Giudea e la regione circostante. E’ la parola che annunzia la visita di Dio che bisogna riconoscere, una visita che è causata solo dalla compassione amorevole di Colui che è la visita definitiva di Dio al suo popolo.

Il problema per noi è riconoscere la visita salvifica di Dio nelle nostre storie; è riconoscere questa visita nelle ore buie e non in quelle luminose; è riconoscere una presenza che tocca le nostre morti trasformandole, una presenza che dona ai nostri silenzi parole per esprimere la vita come fa quel ragazzo che, risuscitato, prende a parlare. Credo che, a livello personale ed ecclesiale, tanti “funerali” senza speranza creano i loro “cortei” proprio sui silenzi di morte che attanagliano tanti cuori. Chi riconosce la visita di Dio, sente il suo tocco di vita e diviene capace di parola, di parola vera che comunica e dona, che narra la visita di Dio che spalanca alla speranza, alla fraternità e alla vita vera.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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