XI Domenica del Tempo Ordinario – Nella casa di Simone

PERCHE’ LA CASA ECCLESIALE MAI SOMIGLI ALLA CASA DI SIMONE

2Sam 12, 7-10.13; Sal31; Gal 2, 16.19-21; Lc 7, 36-8, 3

 

Che spazio e che posto diamo al Cristo ed al suo Evangelo nella nostra vita? Lo accogliamo nella nostra intimità ma, in fondo, non vogliamo che ci scomodi? Forse vorremmo che, nelle nostre “derive religiose”, Lui fosse solo conferma delle nostre strade, dei nostri modi di pensare, vedere e agire.

L’Evangelo di questa domenica ci presenta una vicenda così: quella di Simone, un fariseo che ha invitato Gesù alla sua mensa … e Gesù che – accusato di stare a mensa con pubblicani e peccatori (cfr Lc 5, 30) – questa volta siede a mensa con un “giusto”, con uno che sta “dalla parte giusta” e non dalla parte “sbagliata”. Ma ecco che la scena viene disturbata da un elemento inatteso: in quella casa “onorata” entra chi non dovrebbe entrare…”una prostituta di quella città”. I gesti che compie sono scandalosi, troppo intimi, ambigui … tocca Gesù, addirittura usa i capelli per asciugargli i piedi bagnati di lacrime, e glieli bacia, li unge di olio profumato! Il fariseo è scandalizzato, e pensa in cuor suo che Gesù non sia un profeta, altrimenti saprebbe che specie di donna è colei che lo tocca … un vero profeta non permetterebbe il protrarsi di quella scena disgustosa, un vero profeta metterebbe subito le cose al loro posto, scacciando quella “donnaccia”, rinfacciandole il suo peccato e la sua condizione. Gesù, invece, è davvero un profeta (anzi è più di un profeta, e la finale del racconto ci fa intravedere questo ulteriore: chi è costui che perdona anche i peccati?), tanto che sa cosa si agita nel cuore di Simone. Dichiara di dovergli parlare, e racconta una breve parabola nella quale traspone precisamente ciò che sta accadendo in quella casa: è chiaro chi sono i due debitori, ed è chiaro chi ama di più!

Simone comprende che il racconto può essere una trappola per lui e risponde cauto: Suppongo quello a cui ha condonato di più. Il seguito delle parole di Gesù è forte, direi “violento” per Simone: lo mette a paragone con la prostituta, un paragone da cui però lui, il giusto, esce perdente…aveva invitato Gesù per sentirsi elogiare dal famoso rabbi, per sentirlo dalla sua parte, e se lo scopre “avversario” … “avversario” delle sue presunzioni … e si ritrova quindi solo con la sua “presunta giustizia” che lo ha messo in catene, lo ha chiuso in una situazione di isolamento e di separazione da tutti … in fondo la parola “fariseo” vuol dire “separato”!

La donna invece come è libera! Poiché sa la sua triste verità, poiché conosce il suo peccato e la sua condizione non ha nulla da perdere e si getta ai piedi di Gesù proprio a partire dalla sua condizione di peccato; è quel peccato che la spinge ai piedi di Gesù, è quel peccato, riconosciuto e da lei ormai rigettato, che la conduce a quel pianto liberatorio e all’omaggio pieno di gratitudine nei confronti di Gesù.

In realtà comprendiamo fin dall’inizio della scena che i due personaggi protagonisti del racconto sono in uno stato di “inversione”: all’inizio della scena, colei che è chiamata peccatrice, prostituta è già perdonata da Dio e accolta da Gesù, mentre il puro fariseo è nel vicolo cieco del peccato di orgoglio, di autosufficienza che gli chiude l’accesso all’unica cosa di cui noi uomini abbiamo bisogno: la misericordia.

I segni di amore che la donna compie nei confronti di Gesù sono la prova che le è stato molto perdonato, e lei ormai ne è consapevole! Ella ama molto perché molto le è già stato perdonato…il fariseo ama meno perché meno ha posto ai piedi di Dio (anzi nulla perché crede di non avere peccati da farsi perdonare!), e l’assenza di gesti d’amore per Gesù lo hanno rivelato.

La verità è che lui, il fariseo, avrebbe molto da farsi perdonare: già i pensieri malevoli e di disprezzo verso quella donna e verso Gesù stesso avrebbero bisogno di misericordia, ma lui è chiuso nella sua autosufficiente cecità.

Il nerbo di questa narrazione lucana è proprio questa situazione “invertita”: un “giusto” agli occhi del mondo che in realtà è raggelato nel suo peccato, e una “peccatrice pubblica” che in realtà è resa giusta dalla fede (La tua fede ti ha salvata, le dice Gesù) che incontra la dolcezza della misericordia di Dio.

Quale è la fede che ha avuto la donna? E’ credere che nulla è perduto, è credere che la misericordia di Dio è più grande del suo grande peccato (cfr 1Gv 3,20), è credere che quella misericordia la poteva gustare ai piedi di quel rabbi seduto a mensa dal fariseo; la sua fede le da’ la forza di affrontare quella casa “pericolosa”, una casa di “giusti” in cui avrebbe facilmente potuto essere disprezzata e insultata … ma in quella casa lei sa che c’è pure, quel giorno, l’“amico di pubblicani e peccatori” (cfr Lc 7, 35). Lei crede che quel rabbi possa essere anche per lei volto di amicizia e di perdono … questa fede rischiosa la salva!

La donna ha nutrito nel cuore questa incredibile speranza, e ha preparato il suo profumo per donarlo al rabbi misericordioso che non rigetta i peccatori … quel profumo che forse le serviva per attrarre gli uomini al suo corpo ora lo usa per dire grazie alla misericordia che le è donata … e con la fede e la speranza questa povera donne è anche icona di amore; un amore grato e senza paura, un amore che sa solo ascoltare e sa rimanere in un silenzio pieno di stupore, un amore  che riempirà tutta la sua vita.

L’Evangelo non ci dice più nulla di questa donna, ma poiché nel racconto di Luca subito dopo c’è l’elenco delle donne che seguivano Gesù, è piaciuto alla pietà cristiana mettere questa donna in quell’elenco, identificandola, indebitamente, con Maria di Magdala … se l’identificazione è indebita, la ragione però di questa identificazione è chiara ed è bella: chi fa un’esperienza di questo genere non può non rimanere per sempre con Gesù, non può non giocarsi tutta la vita, quella vita perdonata e risanata, con Colui che ha generato con il suo amore questa vita nuova!

Simone che aveva accolto Gesù in casa sua, in realtà non lo aveva accolto; la donna che in quella casa era entrata da intrusa, indesiderata, ha accolto davvero Gesù lasciandosi amare e trasformare … e da Lui ha ascoltato la parola di salvezza.

Due possibili modi di incontrare Gesù … Simone avrà compreso la sua vera condizione? L’Evangelo non ce lo dice, lascia aperto il finale: la donna va in pace, e Simone?

Si sarà fatto silenzio a quel banchetto dopo le parole di Gesù … un silenzio imbarazzato o di riflessione … forse anche nelle nostre assemblee l’esito di questo Evangelo deve essere un vero silenzio per i nostri cuori “religiosi”, tentati di giustizia autosufficiente … dovremmo sentire risuonare nel silenzio del cuore le parole di Natan al re Davide che abbiamo ascoltato nella Prima lettura: Quell’uomo sei tu!

Un silenzio in cui lasciarci convincere di peccato (cfr Gv 16,9), perché la nostra “casa ecclesiale” mai somigli alla casa di Simone in cui i peccatori debbano entrare con la paura di essere disprezzati e insultati … che la nostra “casa ecclesiale” sia invece casa comune di fratelli tutti peccatori e tutti bisognosi di misericordia, tutti chini sui piedi dell’unico giusto che anche oggi siede alla mensa di noi peccatori, e che si è fatto peccato (cfr 2Cor 5,21) per stare con noi uomini, tutti peccatori ma tutti amati e cercati dal Dio delle misericordie.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

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