XVI Domenica del Tempo Ordinario – Marta, “affannata e agitata per molte cose”

L’ESSENZIALE. QUELLA PARTE BELLA CHE NON DEVE ESSERE TOLTA!         

 Gen 18, 1-10; Sal 14; Col 1, 24-28; Lc 10, 38-42

 

Cristo in casa di Marta e Maria (Diego Velázquez)

Cristo in casa di Marta e Maria (Diego Velázquez)

Ecco questa domenica un testo evangelico tra quelli celeberrimi, ma anche tra quelli abusatissimi e letti quantomeno con parzialità, se non ideologicamente. Il più delle volte, infatti, si è letto questo testo come contrapposizione tra vita attiva e vita contemplativa, idea già di per sé peregrina e ristretta, ma anche anacronistica per le preoccupazioni ecclesiali dell’evangelista Luca. La lettura del testo, allora, va fatta liberandolo da queste idee preconcette, e cercando di andare al cuore di un racconto che Luca pone all’inizio del grande viaggio di Gesù a Gerusalemme (Lc 9, 51).

Al capitolo precedente (Lc 9,52-53), lo leggevamo qualche domenica fa, l’evangelista ci aveva narrato del rifiuto dei samaritani di ospitare Gesù; qui invece c’è una donna che ospita Gesù nella sua casa, e al capitolo diciannovesimo (Lc 19, 1-10), al termine del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, troviamo Zaccheo che ospita Gesù in casa sua: comprendiamo allora che si tratta di una grande inclusione che ha come tema l’ospitalità.

Non si tratta però di una generica ospitalità, che pure è un tema importante sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, si tratta invece dell’ospitare, dell’accogliere Gesù! Un’ospitalità, questa, che per essere vera richiede un atteggiamento di fondo particolarissimo: essere disposti a lasciarsi capovolgere! Gesù porta “in casa” una parola che mette sottosopra il modo di vivere, di pensare…una parola che sconvolge schemi, abitudini e ritmi, ma soprattutto una parola che capovolge il “cuore” dell’uomo stesso.

I samaritani, che avevano rifiutato Gesù, non erano stati disposti a lasciarsi mettere in crisi dalla sua presenza “altra”, dalla sua presenza di “straniero”, dalla sua parola diversa che avrebbe contraddetto le loro tradizioni e credenze, che avrebbe messo in crisi le loro radicate inimicizie. Zaccheo, alla fine del grande viaggio in cui Gesù ha “indurito la sua faccia verso Gerusalemme” (cfr Lc 9,51), accogliendo Gesù nella sua casa muta tutto ciò che lui è stato fino a quell’ora, tutto quello in cui lui ha messo fede e per cui ha iniquamente lottato … e “la salvezza entra in quella casa” (cfr Lc 19,9).

Lo stesso racconto tratto dal Libro della Genesi, che in questa domenica costituisce la prima lettura, è sì un racconto di ospitalità ma di ospitalità di Dio e, quando si accoglie Dio, succede sempre qualcosa che muta l’andamento della propria storia: Abramo e Sara, ormai vecchi e senza speranza, ricevono l’annunzio di una nascita in cui Isacco (il “figlio del sorriso”) sarà capovolgimento delle loro vite ed adempimento della promessa.

Qui, dunque, Marta ascolta da Gesù una parola che esalta ciò che lei criticava, una parola che le rivela la miseria della sua accoglienza che dimentica l’essenziale; Marta deve mutare prospettiva: non c’è una parte migliore ed una peggiore (d’altro canto Luca non scrive che “Maria ha  scelto la parte migliore” ma “ha scelto la parte bella, buona”!), ma ci sono delle priorità, delle essenzialità che vanno capovolte.

Quello che è essenziale, e che innerva tutta la vita del credente, è l’ascolto del Signore. Siamo alle solite: l’ebreo Gesù non può non proclamare con forza che il comandamento primordiale del popolo santo di Dio è lo “Shemà”: “Ascolta!”. Senza ascolto non c’è amore, senza ascolto si smarrisce tutto e si rischia, come Marta – che pure con gioia ha spalancato la sua casa a Gesù – di essere distratti. Marta sta facendo un errore grossolano: ha accolto Gesù, ma ha dimenticato l’essenziale di quell’accoglienza. Il verbo greco “perispáomai” significa proprio “essere distratto”, cioè essere rivolto ad un altrove che non è primario! Questo è un rischio continuo che può inverarsi anche con le migliori intenzioni. C’è un motto di spirito di un rabbino che, a tal proposito, dice parlando di un suo illustre collega: “Quel rabbi è tanto indaffarato a parlare di Dio che dimentica che Dio esiste davvero!” E’ certo un motto paradossale, ma mi pare una “icona” di tanti affanni ecclesiali che incredibilmente distraggono da Dio, dalla sua conoscenza, dal suo ascolto.

Marta è “affannata e agitata per molte cose”, e qui Luca usa il verbo greco “merimnào” che precedentemente Gesù aveva usato per dire ai discepoli di “non agitarsi per il cibo, per il vestito, per il domani” (cfr Lc 12,22ss), e – sempre in quel discorso – Gesù con lo stesso verbo aveva affermato che l’agitarsi è proprio dei pagani (Lc 12,30)!

E’ incredibile, ma anche l’agitarsi per Dio e per il prossimo (in questo secondo caso, quanti “iperattivi” nella Chiesa!) rischia di diventare pagano! Questo certo non significa che non bisogna consumarsi e “bruciare” nell’amore, ma che bisogna saper cogliere l’essenziale; e non solo coglierlo, ma anche non stigmatizzarlo, per giustificare se stessi ed i propri vuoti attivismi in chi lo ha colto o cerca di coglierlo. Quante volte, nella vita della Chiesa, i “faccendoni” stigmatizzano quelli che “perdono tempo” sulla Parola o nella preghiera! E’ una delle derive più tristi nella vita della Chiesa! Una di quelle derive mascherate di bene e generate dalle “urgenze”; le urgenze però non sempre (quasi mai!) portano all’essenziale.

Tante volte, invece, le urgenze ingannano e allontanano dall’essenziale. Per esempio: è certo urgente lavorare e guadagnare il pane, ma è essenziale instaurare relazioni vere, profonde, umane in famiglia, nel mondo, nelle vite comunitarie, con gli altri uomini … se per l’urgenza del lavoro smarrisco l’essenziale, tutto diventa brutto, cattivo…E’ allora necessario scegliere la parte bella perché tutto divenga bello.

Marta ha rischiato di vivere in modo “brutto” (“abbrutito”!) il suo lavoro “per Gesù” (!), di viverlo addirittura nel rancore e nell’arroganza verso la sorella e verso Gesù stesso (a cui osa dare ordini a causa della sua irritazione: “Dille!”); il rimprovero di Gesù, carico di verità e di affetto, deve riportarla all’essenziale.

Certo, “fare molto” è segno di amore, ma può essere anche via che fa morire l’amore; Marta potrebbe giungere a sera senza accorgersi che Gesù è stato là, senza cogliere nulla di quello che Gesù dice ed è…potrebbe riempirlo di cibo preparato bene ed anche con l’intenzione dell’amore, ma potrebbe smarrire il cuore dell’amore che è “stare con”, che è l’ascolto.

Marta deve lasciarsi capovolgere da Gesù: lei ha accolto Gesù nella sua casa, ma Maria lo ha davvero ospitato cogliendo il “novum” che Gesù ha portato nella storia. Un “novum” di cui è piccolo segno quel volere un donna nella posizione di discepolo (“ai piedi” è espressione tecnica per dire “essere discepolo”; cfr At 22,3), cosa assolutamente non ammessa da nessun rabbi.

Maria si è invece lasciata prendere per mano da quel “novum” che ha colto nel suo ascolto di Gesù, tanto da lasciarsi condurre in una posizione “nuova” per una donna di quel tempo; Maria saprà cogliere da questo ascolto il “novum” profondo di Gesù, e saprà prendere posizione in quel capovolgimento che Gesù propone alla vita dei credenti. Per il Quarto Evangelo, Maria, alla fine della vicenda di Gesù, riempirà di profumo quella stessa casa diventando “profetessa” della Pasqua di Gesù, con quel vaso spezzato e con quell’unzione, segni della morte e sepoltura di quel Rabbi che aveva già inondato la sua vita con il profumo di una parola “nuova”, e perciò capace di ribaltarle l’esistenza.

L’evangelo di questa domenica allora, lungi dal contrapporre contemplazione ed azione, proclama con ferma certezza la necessità di partire sempre dall’essenziale. E’ quella la parte buona e non deve essere tolta!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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