XVII Domenica del Tempo Ordinario – La preghiera

QUNADO PREGATE DITE COSI’… 

Gen 18, 20-21. 23-32; Sal 137; Col 2, 12-14; Lc 11, 1-13

 

Oratio

La preghiera…troppo marginale nella vita di tanti credenti, troppo banalizzata, troppo paganeggiante … troppo svalutata nella prassi ecclesiale, anche se, a parole, nessuno negherebbe l’importanza del pregare nello spazio ecclesiale. Quello che però non viene negato con le parole (sarebbe “indecente”!) è poi ridotto al lumicino nella prassi, con la scusa – piena del solito “buon-senso” – che le urgenze sono molte, e che … “il Signore sa…”

Gesù però ha pregato. Nonostante le urgenze, anzi proprio perché le urgenze premevano…cosa, infatti, è più urgente dell’annunziare al mondo l’Evangelo? Eppure Gesù non era un “faccendone”, e alimentava quell’urgenza con il contatto vivo con il Padre, con il tempo dato a Lui, con l’ascolto vissuto nella fede.

Tutt’altro che marginale è il pregare di Gesù nel racconto di Luca: prega durante il battesimo al Giordano, prega sul Tabor, prega per scegliere i Dodici, prega nelle fatiche apostoliche, prega nel Getsemani, prega sulla croce, prega ad Emmaus quando “prende il pane e rende grazie” …

La preghiera è porta aperta sul mondo di Dio, è porta e via per quello stesso mondo, per venire a noi e per donare a noi la capacità di essere uomini del Regno.

Il passo di questa domenica ci mostra come la preghiera di Gesù sia provocatoria per i discepoli; lo vedono pregare e gli chiedono che insegni loro a fare lo stesso. La preghiera che Gesù insegna ai discepoli è il “Pater” che, pensiamoci bene, non è una qualsiasi preghiera, né tantomeno una formula di preghiera; è ben altro. Gesù certo dice: “Quando pregate dite così” ma già il fatto che il Nuovo Testamento ce ne trasmetta due versioni ci testimonia che non sono le parole che contano … quel che conta è esprimere fiducia, figliolanza, creaturalità, dipendenza … quello che conta è mettersi dinanzi a questo Dio che Gesù ci ha consegnato come Padre, con libertà e amore, con coraggio e umiltà, con sguardo ampio su se stessi e sul mondo.

La pagina straordinaria del Libro della Genesi, in cui assistiamo all’intercessione di Abramo, è già un’immagine potente della preghiera e della relazione che Dio vuole che instauriamo con Lui. Abramo ha una preghiera audace ma umile … è audace perché sa di essere ascoltato e sa anche di essere stato visitato da Dio (il passo di oggi, infatti, segue immediatamente al racconto della visita dei Tre Uomini che Abramo riceve alle Querce di Mamre); è umile perché è preghiera della creatura dinanzi al Creatore, ed è umile perché, mentre dice al Signore ciò che pensa e ciò che teme, si fida dei giudizi di Dio. Non osa dare ordini a Dio, ma ardisce fare domande…Abramo non pretende di essere colui che deve trovare giusti a Sodoma, è il Signore che li deve trovare; insomma è il giudizio di Dio che determinerà l’esito della preghiera.

La preghiera di Abramo è coraggiosa perché è vera intercessione! “Intercedere”, infatti, significa, alla lettera, “fare un passo tra”: Abramo si pone tra Dio ed il suo sdegno e Sodoma… Abramo osa rischiare di stare dalla parte “sbagliata” … ma ci sta per amore degli uomini suoi fratelli … Insomma la preghiera è cosa seria, è presa di posizione, è rischio … e questo perché l’amore è “rischioso”, l’amore è “presa di posizione” …

Nell’Evangelo, Gesù non solo consegna il “Pater” ma aggiunge anche un insegnamento sulla preghiera … il “Pater” è dato da Luca in una forma breve diversa da quella usuale che è tratta dall’Evangelo di Matteo: la forma sintetica di Luca, per molti esegeti, potrebbe essere una forma più vicina all’originale uscita dalla bocca di Gesù e di cui Matteo elaborerebbe una versione con allargamenti e chiarimenti. Qui il Padre è invocato semplicemente e senza alcuna specificazione: Padre! E’ come un’esplosione che parte dal profondo del cuore, dal profondo di quella coscienza filiale che Gesù viveva in modo unico e radicale, e che dona ai suoi discepoli, a coloro che mettono fede nella sua fede. E’ dalla fede di Gesù in questo Dio dei padri, che è suo Padre, che sgorga questo grido di fiducia che in Luca non ha bisogno di altro … solo Padre!

La santificazione del Nome” va colta rettamente perché tanti pensano che sia riconoscere la santità di Dio, in realtà qui si chiede che il credente possa essere lui stesso strumento della proclamazione della santità di Dio. La vita filiale, altra, differente (santa!) del credente racconta la paternità di Dio, l’alterità di Dio, cioè la santità di Dio!

L’altra domanda, quella circa il Regno (“Venga il tuo Regno”) probabilmente nella redazione più antica di Luca (testimoniata da alcuni manoscritti) suonava “Venga il tuo Spirito Santo su di noi e ci purifichi” (poi si sarebbe conformata per assimilazione al testo di Matteo diventando “Venga il tuo Regno”!). Ma comprendiamo che l’una cosa è radice dell’altra: se lo Spirito viene sulla Chiesa e la purifica, essa diviene luogo del Regno, diviene luogo in cui inizia a regnare Dio e non più il peccato (cfr Rm 6, 12).

Segue poi la domanda al Padre circa il pane necessario per ogni giorno…comprendiamo che è invito alla sobrietà e ad ogni logica di accumulo, di ogni fidarsi di ciò che si possiede. Chiedere il pane di ogni giorno è chiedere un cuore capace di fidarsi, un cuore abbandonato a Colui che è chiamato Padre. Se Lui è Padre non ho più bisogno di rifugiarmi nell’accumulo per provvedere all’incerto domani.

La domanda successiva è la richiesta del perdono dei peccati chiamati qui da Luca proprio “peccati” (amartías) e non “debiti” (oifeilémata) come Matteo … poi si parla di “debitori”, come Matteo, in modo che sia chiaro che il discepolo rimette, perdona, condona, rinunzia ai crediti … il discepolo è uno capace di “perdere” per amore del Padre; è uno che, amato da questo Dio che è Padre, è capace di avere un cuore come quello di un padre che ai figli tutto dona e nulla chiede.

L’ultima domanda da rivolgere al Padre è quella circa le tentazioni … cosa si chiede? Il semitismo che qui è usato, come in Matteo, farebbe pensare ad un Dio che “induce” alla tentazione; in realtà, lo sappiamo, la Scrittura non distingue la cause prime dalle seconde, o la causa attiva da quella permissiva per cui andando sempre alla “causa prima” si arriva sempre a Dio. In realtà qui si chiede a Dio di donare la capacità di attraversare la tentazione, la prova. La parola greca che Luca usa è “peirasmòn” che appunto significa “prova”, “ora di pressura”, “tentazione” a cedere al mondo ed alle sue vie. Le “prove” per l’Evangelo sono quelle che ha subito Gesù nel deserto quando il diavolo gli voleva indicare vie mondane; le “prove” sono quelle che lo stesso Gesù ha subito durante la passione, prove in cui ha dovuto attraversare il dolore, l’ingiustizia e la morte; “prove” perché ore in cui si deve restare fedeli, saldi nella fede, ore in cui è necessario resistere fidandosi di Dio. Tutto questo spalanca il cuore del discepolo ad una grande fiducia; “in primis” la fiducia di essere ascoltati da Dio. Il Padre ascolta la preghiera … questa era già ferma coscienza di Israele che, nella liturgia sinagogale, chiama Dio “shomea tefillah”, cioè “ascoltante la preghiera

Il Padre che Gesù ci narra ascolta e compie le vie dell’amore che ha nel suo cuore paterno. Come scriveva Bonhoeffer: “Dio non sempre esaudisce le nostre preghiere ma è sempre fedele alle sue promesse”. Colui che ascolta ci conduce per le vie delle sue promesse che non vengono meno, e a cui Lui non viene meno.

C’è una cosa che questo Padre non rifiuta mai a chi glielo chiede: lo Spirito Santo; lo Spirito è infatti quell’Amore che il cuore di questo Padre sente di continuo traboccare per i suoi figli; lo Spirito è quell’Amore che ha donato Gesù al mondo (cfr Lc 1,35) e che al mondo darà la Chiesa (cfr At 2, 1ss) generando figli nel Figlio. E’ lo Spirito che ci fa figli, è lo Spirito che grida in noi “Abbà” (cfr Gal 4,6)!

Ecco perchè l’Evangelo di oggi si chiude sulla promessa certa del dono dello Spirito! E’ Lui, lo Spirito, che ci può far dire, in verità, senza infingimenti, senza doppiezza, ma nella vera filialità “Abbà”! Il Padre non nega questo Spirito che fa figli, questo Spirito che permette all’uomo di riconoscersi creatura e figlio!

E’ quello che l’Adam era nell’“in principio”!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

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