XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Entriamo a far festa

Il figliol prodigo, Giorgio De Chirico (1922)

Il figliol prodigo, Giorgio De Chirico (1922)

LA GIOIA DI RITROVARE CIO’ CHE SI E’ PERDUTO  

   –    Es 32, 7-11.13-14;  Sal 50; 1Tm 12-17; Lc 15, 1-32    –

 

      Questo più che celebre passo evangelico l’abbiamo già ascoltato durante il cammino di Quaresima. La liturgia oggi lo ripropone, chiedendocene ancora una lettura ed un approfondimento, e lo fa aggiungendo alla parabola del Padre misericordioso anche le prime due parabole della misericordia: quelle del pastore in cerca della pecora perduta e quella della donna che ritrova la moneta perduta. Luca ci offre, in questo capitolo del suo Evangelo, davvero qualcosa di essenziale per la nostra vita credente, per la nostra relazione con il Dio che Gesù è venuto a raccontarci.

  Contrariamente a quanto di solito si è fatto, queste parabole vanno lette in senso teologico e non in senso morale; in senso teologico in quanto è di Dio che vogliono parlarci e non del peccatore, delle “reazioni” di Dio dinanzi al peccatore e non dei comportamenti morali o immorali. Se avessimo letto sempre assieme le tre parabole, forse sarebbe stato più chiaro: infatti nella prima parabola nulla si dice del comportamento della pecora per essere ritrovata … non deve fare nulla … e tantomeno la moneta! Tutto è incentrato sulla gioia del pastore e della donna … come tutto poi, nella terza parabola, si raccoglierà attorno alla gioia del padre che accoglie e fa festa …

   E’ questo il Dio che Gesù narra; un Dio che non attende nulla da chi si perde, se non che si lasci abbracciare, che si lasci issare sulle spalle del pastore e ricondurre “a casa” …

La casa, nella parabola del padre e dei due figli, ha un ruolo importante: il peccato dei due figli – perchè tutti e due i figli sono nell’errore – è un peccato di relazione con quel padre e quella casa. L’uno, il figlio minore, ha percepito la casa del padre come prigione che “castra” le sue libertà e la sua sete di mondo, mentre l’altro, il figlio maggiore, ha percepito la casa del padre come rifugio per una vita; una vita certamente fatta di lavoro, ma anche di una comoda sicurezza che gli riconduce un’immagine confortante di sè: l’immagine di un giusto che ha diritto a tutto il patrimonio del padre, per esserne un domani padrone assoluto!

  Se ci pensiamo bene i due figli (tutti e due!), in fondo, vogliono solo una cosa, una cosa terribile: vogliono che il padre muoia!

Il minore, che parte, gli chiede l’eredità che gli spetta; in pratica è come se dicesse al padre: “poichè ancora non muori, ed io non posso aspettare perchè lì fuori c’è un mondo che mi attende con la sua bevanda inebriante, facciamo come se tu fossi morto, dammi l’eredità!”. Quell’altro figlio, il maggiore, lavora come una bestia da soma perchè attende quella stessa morte per divenire lui il padrone di tutto; la sua delusione è che quel fratello che ha sperperato tutto sia tornato (sperava che fosse morto anche lui?), e che sia tornato prima della morte del padre; meglio se fosse tornato – se proprio doveva tornare! – quando il padrone fosse diventato lui….come l’avrebbe scacciato via con piacere!

    Forse questa può apparire una lettura dura ed estremista, ma mi pare che ogni desiderio di assoluta indipendenza dagli altri è volere che l’altro (padre o fratello) non ci fosse … e questo equivale alla morte …

  Al centro, dunque, c’è il padre e la sua casa … un padre che pazienta, ed attende che le libertà dei due figli facciano i loro percorsi … un padre che rischia per le libertà dei figli.

   Sembra che con il figlio più giovane il rischio sia stato enorme: ha perduto tanto danaro, quello che il figlio ha sciaguratamente sperperato,  ma questo sarà il prezzo per una vita più autentica e libera per quel figlio. Se non fosse caduto così in basso, al prezzo dello smarrimento di quel patrimonio, quel ragazzo non sarebbe riuscito a mettere fine al suo smarrimento! Il padre sembra stolto a cedere a quel figlio, perdendo tanto danaro, ma in realtà sa che la salvezza del figlio deve passare per una perdita, per uno smarrimento, per un prezzo … poi sarà l’amore a conquistare quel ragazzo, smarrito dentro e fuori …   Solo quando quel figlio tornerà liberamente nelle sue braccia, spoglio di tutto, si sentirà davvero figlio, e non più prigioniero; la miseria in cui è caduto, si badi, non è causa di conversione, ma incentivo ad iniziare un cammino di ritorno, certamente con motivi di squallido calcolo, ma attraverso cui potrà finalmente conoscere suo padre.  Non può diventare un servo, come pure aveva ipotizzato nei suoi calcoli; il padre gli dichiara, con la sua attesa, la sua speranza, con i suoi gesti e con i suoi doni, non che è di nuovo figlio, ma che lo è sempre rimasto!

     Quell’altro figlio, il figlio maggiore, il cosiddetto “buono”, costituisce, se ci riflettiamo bene, un’inclusione con l’inizio del racconto di questo quindicesimo capitolo dell’Evangelo di Luca: è proprio come quegli scribi e farisei che mormorano per la misericordia di Gesù; il racconto dei due figli termina infatti con uno dei due che mormora per la misericordia … Come di quegli scribi e farisei, anche di questo figlio “giusto” non sappiamo l’esito della vicenda; conoscerà il vero volto di suo padre?

    Se il figlio minore è fuggito perchè si sentiva prigioniero, ingabbiato, privo di libertà, il maggiore è vissuto da schiavo, ed anche lui senza conoscere quel padre con il quale pure viveva… E’ peccato fuggire, è peccato vivere da schiavo … la via santa è quella della figliolanza vissuta nella libertà, una figliolanza che riconosce il volto del padre, perchè ha sperimentato l’esserne amato senza ragioni e senza meriti. Il figlio minore di questa parabola ha accolto questa via di libertà che è al di là delle fughe, e che consiste in un rimanere, amato e amante, in quella casa che è del padre, e poichè è del padre, è di tutti i fratelli.

    L’altro figlio resta fuori e non vuole entrare alla festa per quel fratello che non ricosce più come tale, non vuole entrare a quella festa che è espressione (in questa parabole, e nelle due che l’hanno preceduta) di quella gioia grande di Dio dinanzi ai perduti che Egli ritrova … entrerà il figlio maggiore a quella festa? Permetterà al padre di entrare a quella festa, o lo “inchioderà” fuori a pregarlo di entrare?

     Raccontando queste parabole, Gesù racconta suo Padre, ma fa anche una promessa: prenderà sulle spalle tutto il mondo per portarlo alla casa di suo Padre, lo farà portando la croce, portando quel peso su cui sarà inchiodato … così, senza nulla chiedere, colmo di una speranza senza ragioni umane, morirà amando tutti gli uomini e, dall’alto della croce, fino alla fine della storia, come il padre della parabola, resta in attesa di tutti i figli perduti, per convincerli di un amore infinito, di un amore che non ama gli amabili, di un amore colmo di una speranza che non si stanca.

     Questo è il nostro Dio che, in Gesù, tutto ci ha detto e tutto ci ha dato. Consegnarsi al suo abbraccio è la strada della vera libertà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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