II Domenica di Quaresima (B) – La luce della bellezza

 

La Trasfigurazione, Beato Angelico - Firenze

La Trasfigurazione, Beato Angelico – Firenze

AL CUORE DEL DOLORE DEL MONDO

Gn 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10

 

E’ la domenica della Trasfigurazione! Se domenica scorsa Gesù si è mostrato come Colui che lotta nella nostra lotta, come Colui che ci dona la sua vittoria nelle nostre lotte, oggi Gesù ci mostra sul suo volto l’esito della nostra storia con Lui, delle nostre lotte e soprattutto dell’opera della grazia in noi.
Marco scrive che Gesù «si trasfigurò» utilizzando il verbo greco “metamorphein”; e per comprendere meglio questo trasfigurarsi, Matteo nella sua narrazione di questo episodio dice che «il volto di Gesù risplendette come il sole» (cfr Mt 17, 2): quel volto è promessa di luce per i nostri volti!
Marco continua dicendo che «le sue vesti divennero risplendenti e così candide quali nessun lavandaio della terra potrebbe farle»: Gesù si mostra avvolto di vesti candide, luminose; quelle vesti sono promessa per noi, che saremo rivestiti di luce (cfr Is 60, 1). Se la Quaresima, come dicevamo, è tempo di “radiosa tristezza”, oggi la liturgia della Chiesa pone l’accento sul “radiosa” …

La Trasfigurazione non è un momento di “trionfo” di Gesù, non è un momento in cui, stanco della kenosi (dell’abbassamento), mostra la sua divinità. Il trionfo terreno è sempre stato aborrito da Gesù, e non lo avrebbe voluto neanche a beneficio consolatorio dei tre discepoli più intimi; la volontà di rinnegare la kenosi si era già rivelata come tentazione, quando nel deserto satana gli aveva suggerito di mettere alla prova Dio con un gesto sovrumano, come quello di volare dal pinnacolo del Tempio.
La Trasfigurazione è mistero di rivelazione, è rivelazione della vocazione dell’uomo! Una vocazione di luce, di bellezza, che l’uomo riceve definitivamente in Cristo Gesù! E’ Lui la benedizione promessa a tutte le genti; è Lui l’Isacco condotto sul monte e offerto, Lui figlio di Abramo e Figlio di Dio.

La cosa straordinaria del mistero della Trasfigurazione è che questa luce, questa benedizione, questa bellezza sono tutte in un uomo! E’ nell’umanità di Gesù che splende Dio, è nell’umanità di Gesù che ci è narrato e consegnato Dio e la sua luce.

Scrive Paolo: «Dio abita una luce inaccessibile» (cfr 1Tm 6, 16) ma sul Tabor quella luce si è fatta accessibile all’umanità, perché è nell’umanità di Cristo Gesù che essa splende.

La Trasfigurazione però non è neanche una bella emozione da gustare, come pensa Pietro nella narrazione dell’evangelo di oggi; questi certo capisce una cosa: “è bello!”, ma dovrà capire che quella bellezza promessa non può essere estraniamento dalla storia e neanche dal “brutto” della storia, che è il dolore.
La Trasfigurazione è annunzio del Regno e della sua bellezza, ma non può restare chiuso nelle tende del Tabor come Pietro sogna: il Regno attraversa la storia, e deve portare la luce di Dio al cuore del dolore del mondo. Scendere dal Tabor per andare a Gerusalemme sarà proprio questo: portare la bellezza del Regno al cuore della passione, cioè al cuore delle sofferenze dell’uomo, dei suoi “inferni”, della sua morte.

Scendendo dal monte, i tre si sentono dire che non si può parlare di quella luce se non dopo che il Figlio dell’uomo sia risorto da morte, cioè non prima che abbia portato quella luce di bellezza fino al cuore del dolore e della morte … solo dopo che il Figlio dell’uomo avrà gridato il suo lacerantissimo “perché?” (cfr Mc 15, 34).

Il Padre lì, sul monte della bellezza aveva detto l’ultima sua parola: «Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!», sintesi straordinaria – questa – di tutto il cammino dell’Alleanza, di tutta la ricerca amorosa di Dio nei confronti dell’uomo: il figlio amato ci ricorda Isacco, come abbiamo ascoltato nella prima lettura di oggi («Prendi tuo figlio, il tuo unigenito, l’amato, Isacco … e offrilo in olocausto» cfr Gen 22, 2); la compiacenza di Dio ci ricorda che è il Servo sofferente (Ecco il mio servo: io lo sosterrò. Il mio eletto in cui mi compiaccio, cfr Is 42, 1); il comando dell’ascolto, infine, ci conduce alla radice di tutta la fede biblica, a quella permanente richiesta di ascolto su cui si fonda l’Alleanza (Sh’mà, Israel … ascolta, Israele, cfr Dt 6, 4). Quell’antico Sh’mà ha ora però una convergenza inimmaginabile: l’ascolto richiesto è un ascoltare Lui, il Figlio amato, il Servo; Colui che è la compiacenza di Dio: Gesù!

Come la luce della bellezza così anche l’ascolto ora riposa su un uomo, sull’uomo Gesù. Ascoltare Lui compie l’antico Sh’mà, come ci vien detto dal colloquiare di Gesù con Mosè ed Elia che avevano tracciata la strada dell’attesa: Mosè, che aveva detto «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. Ascoltatelo» (cfr Dt 18, 15); Elia, che la sapienza di Israele afferma che dovrà tornare per preparare la via al Messia (cfr Mal 3, 23-24).

Marco dice che al termine della manifestazione luminosa tutto torna come prima, e che i tre discepoli non videro più nessuno se non Gesù solo. Resta solo Gesù e neanche più ammantato di luce … resta Gesù e basta. E’ quel Gesù quotidiano, vorrei dire ordinario, che bisogna ascoltare con coraggio; è quel Gesù “e basta”, che bisogna avere il coraggio di seguire per strade che devono attraversare il dolore, l’inferno e la morte. Nella passione quel Gesù racconterà incredibilmente la  e porterà il Regno al cuore del dolore del mondo!
Chi ha il coraggio di obbedire alla voce del Padre, ascoltando il Figlio amato, parteciperà con Lui e per Lui alla straordinaria impresa di trasformare il mondo, portando la bellezza di Dio ed il suo Regno al cuore dell’uomo, ma partendo dall’abisso del dolore.
Il Centurione, dinanzi alla croce del Figlio dell’uomo, dinanzi al suo grido inarticolato ed alla sua morte, riconoscerà paradossalmente quel bagliore del Regno, e capirà che l’orrore della morte è stato abitato dalla bellezza di Dio: «Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio!» (cfr Mc 15, 39); ed è bello che Marco metta sulle labbra del centurione la sottolineatura “quest’uomo”!

L’Evangelo di oggi si chiude con un silenzio carico di domande, carico di attese … i tre discepoli scendono in silenzio … il quotidiano non è il Tabor: quando si intravede e si gusta la bellezza di Dio, bisogna subito andare alla vita per portare il Regno al cuore del mondo.

Dal Tabor si scende in silenzio, “ruminando” le parole dell’Evangelo e della promessa, e puntando con coraggio, con Gesù, verso Gerusalemme. A Gerusalemme la luce del Regno, che sul Tabor sfolgora sul volto di Cristo, sarà donata ad ogni uomo! La via sarà quella della croce, ma la meta è la pace gioiosa della Pasqua!
Ricordiamo sempre che la Quaresima non è un riposo, è cammino!

La Pasqua sarà ingresso nel riposo!

Intanto, allora, buon cammino.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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