Ascensione del Signore – In attesa del Suo ritorno

  
COSA NE FACCIAMO DELLA “BELLA NOTIZIA”?

 

At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1, 17-23; Mt 28, 16-20

 

Ascensione di Cristo, di Donatello

Ascensione di Cristo, di Donatello

La festa dell’Ascensione del Signore è davvero straordinaria per la vita cristiana e per la vita ecclesiale. Una cattiva comprensione del mistero dell’Ascensione può portare a credere che sia una “festa di addio”…in realtà, tutta la liturgia di oggi non fa altro che gridare che la Pasqua, avendo sottratto Gesù alle coordinate spazio-temporali, ne ha dilatato la presenza, iniziata con l’Incarnazione, ad ogni luogo e a ogni tempo. Se il Gesù storico era “costretto” nelle latitudini della terra di Israele e nell’arco temporale di quei 36 o 37 anni di vita nel corso del primo secolo, la Risurrezione, facendo compiere al Crocefisso un balzo nell’eterno di Dio, lo rende presente ed operante in ogni luogo ed in ogni tempo.

La presenza del Risorto è sottratta con l’Ascensione agli occhi degli uomini. Luca scrive infatti che “una nube lo sottrasse ai loro sguardi”, e la nube è sempre segno della gloria di Dio, che è presenza velata ma veramente concreta. Con l’evento dell’Ascensione questa presenza continua nella storia, e i discepoli saranno – tra gli uomini – quelli che per primi ne faranno esperienza, poiché la vedranno operare attraverso di loro, e la vedranno operare al punto tale che essi si scopriranno capaci di “fare cose più grandi” del Gesù storico (cfr Gv 14, 12). Sì, perché i discepoli, la Chiesa, potranno operare dovunque e per tutti i secoli del “frattempo”, e potranno mostrare quanto la presenza di Gesù sia capace di trasformare i deboli in forti, i poveri in ricchi, i peccatori in “strumenti eletti di Dio” (cfr At 9, 15)!

Il racconto di Atti proposto nella liturgia di questo giorno dice di questa “sottrazione” del corpo del Risorto allo sguardo dei discepoli, mentre il passo dell’Evangelo – che è la finale del racconto di Matteo – ci dice che quella stessa sottrazione non sarà una “assenza”: le ultime parole del Risorto hanno certo il “sapore” di un addio, ma – se le leggiamo bene – non sono propriamente un addio, sono piuttosto una potente promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli”.

Gesù è davvero l’Emmanuele, il Dio-con-noi che l’Evangelista Matteo aveva contemplato all’inizio del suo racconto quando citava Isaia (Is 7,14) per spiegare quello che era accaduto a Maria, e quello che a Giuseppe era stato rivelato: Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-connoi” (Mt 1, 23). Significativamente, troviamo delle corrispondenze di parole nel testo greco tra il brano proposto dalla liturgia domenicale dell’Ascensione e l’inizio del racconto di Matteo: “idoù (che significa “ecco”), in genere apre una rivelazione e una novità, ma soprattutto vale la pena notare il contenuto della rivelazione stessa, che è questa presenza-compagnia di Dio: “Dio-connoi (al capitolo primo di Matteo), e “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli (nella finale). L’Evangelo di Matteo si rivela così una “grande inclusione” che riguarda il Dio-con-noi. Proprio perché è l’evangelo per la Chiesa giudeo-cristiana, Matteo, con questa “inclusione”, proclama un pieno compimento in Gesù di tutte le promesse che Israele ha ricevuto.

Il nome di Dio era già promessa di presenza; il Dio del Roveto ardente si era infatti presentato a Mosè come il Dio della presenza, della compagnia con quel popolo di schiavi chiamati a libertà: “Io sono Colui che ci sono” (cfr Es 3, 14). Una promessa, questa, che si invererà per tutto l’Esodo in cui Lui sarà con Israele, e provvederà al suo cammino come difesa, nutrimento e guida. Una presenza che si renderà concretamente visibile a tutti nel “segno” della “Tenda del convegno”, e poi nel Tempio; e poi ancora nella parola provocatoria dei Profeti, e nella promessa del Messia. Gesù è il compimento di tutto questo nella sua carne: è lì la definitiva compagnia di Dio con l’uomo, è lì che Dio ed uomo saranno uno: l’umanità di Gesù è l’umanità di Dio, l’umanità di Gesù è la divinizzazione dell’uomo.

Questo esserci di Dio in Gesù è per sempre! In Gesù, Dio c’è per l’uomo! E la Chiesa è chiamata – dal mistero dell’Ascensione – a vivere questa presenza invisibile, ma realissima; una presenza che potrà constatare, vera ed operante, ogni qual volta saprà amare come Lui, saprà dare la vita come Lui, saprà farsi “perdente” come Lui; ogni qual volta saprà infondere alla storia una speranza, una gioia e una pace che il mondo non può dare, nè sa dare! L’Ascensione è allora mistero che richiama la responsabilità della Chiesa ad annunziare questa speranza, a confidare in questa presenza, ed a vivere l’alterità che Gesù era venuto a cantare all’umanità.

L’Ascensione è però anche mistero che rilancia una promessa per il futuro; non riguarda solo il presente (Lui è con-noi tutti i giorni, che significa ogni giorno, ogni oggi!) ma riguarda anche il futuro, e non un futuro generico, non un “domani migliore”, un futuro che è il suo ritorno! Gli angeli dell’Ascensione, nel racconto di Atti, invitano i discepoli a tornare alla storia nella custodia del mistero pasquale di Gesù, che è “buona notizia” da annunziare al mondo, nella speranza certa che Gesù tornerà! Come l’hanno visto andare via, celarsi ai loro occhi, così un giorno tornerà e “ogni uomo lo vedrà” (cfr Ap 1,7)… E in quel giorno benedetto, ciò di cui essi avevano gioito, quello sguardo, quelle mani, quella tenerezza, quel volto saranno per tutti gli uomini, per ogni uomo.

La Chiesa in questo “frattempo” – forte della presenza promessa – dovrà camminare nella storia senza esenzioni, vivendola e attraversandola nell’attesa del suo ritorno. In quel giorno la Sposa si consegnerà allo Sposo che ritorna, consegnerà a Lui i frutti dell’Evangelo che le era stato confidato, e che ha confidato a sua volta a chi ha incontrato e cercato nel suo cammino nella storia.

La festa dell’Ascensione ci pone delle domande riguardo all’Evangelo che il Risorto ci ha affidato, celandosi al nostro sguardo ma rimanendo con noi: cosa ne facciamo della bella notizia del Risorto? Cosa ne facciamo della bella notizia del suo ritorno? Che ne facciamo della bella notizia che Gesù colma di vita vera la nostra umanità? Che ne facciamo del nostro essere Chiesa, come custode di una presenza più grande di noi?

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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