III Domenica del Tempo Ordinario – Sulle rive del nostro quotidiano

L’ENTUSIASMO DI UN SI’

 Is 8, 23 – 9, 2; Sal 26; 1Cor 1, 10-13.17; Mt 4, 12-23

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

C’è un evento di salvezza essenziale nel passo dell’Evangelo di Matteo di questa domenica: Gesù inizia a predicare!

Se abbiamo contemplato gli inizi della sua vicenda nella nostra carne, se abbiamo contemplato il suo manifestarsi alla storia quale presenza che salva, se abbiamo ascoltato che è l’Agnello che prende su di sè il peccato del mondo, che è altresì l’incredulità ed il rifiuto di Dio, nel passo di oggi esplode l’evento per cui, Colui che è la Parola, inizia ad annunziare (il verbo utilizzato è “kerússein”!), inizia cioè a proclamare il Regno che è venuto a portare nella storia in modo definitivo.

Matteo ci racconta che ci fu un giorno in cui Gesù fece scoccare l’ora in cui la Parola diretta di Dio iniziò a percorrere le strade del mondo, e iniziò la predicazione del Regno. Già Israele aveva sognato questo regnare di Dio nella storia degli uomini, e nei cuori degli uomini, ma ora Gesù annunzia che il Regno è davvero vicino; e Matteo pone sulle labbra di Gesù un verbo che significa non tanto una vicinanza spaziale quanto una vicinanza temporale: è, cioè, il tempo in cui Dio, in Gesù, vuole che il suo Regno davvero inizi nei cuori degli uomini. Il primo cuore in cui questo Regno prende forma e forza è proprio il cuore umano di Gesù, nostro fratello … il Regno è davvero vicino, è venuto, cammina in questa storia, su questa terra, respira questa nostra aria…

L’inizio della predicazione di Gesù, annunziatore del Regno già con la sua sola presenza, per Matteo invera definitivamente le parole di profezia del Libro di Isaia, che oggi costituiscono la prima lettura, e che Matteo puntualmente cita: “Il paese di Zabulon e di Neftali sulla riva del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti, il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce, su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte, una luce si è levata”. Le parole del profeta si riferivano ad un evento storico di liberazione di quelle popolazioni appartenenti alle tribù di Zabulon e di Neftali, che erano state umiliate dall’Assiria e deportate … la liberazione, che Matteo collega a quell’oracolo, è però una liberazione su di un altro piano, un piano teologico. Quella liberazione, annunziata dalla speranza del profeta, è rinascita di un popolo ridotto a essere non-popolo; analogamente, la rinascita che la luce dell’Evangelo di Gesù porta in quelle stesse terre provoca la novità di vita in alcuni uomini galilei, dei pescatori, che vengono alla luce come “pescatori di uomini”, come discepoli di Gesù, annunziatore del Regno e dimora stessa del Regno!

In questo passo evangelico, la salvezza è qualcosa di estremamente concreto, qualcosa che si mostra immediatamente nelle vite di questi uomini: uomini con i loro nomi precisi … importante il nome! Il nome, infatti, è segno di un’identità, di una concretezza umana che è chiamata a coinvolgersi con Gesù senza tante complicazioni, senza tante domande o ulteriori riflessioni: se Luca e Giovanni, nei loro racconti, pongono le prime chiamate dopo eventi o parole significativi (per Luca, una pesca miracolosa – cfr Lc 5, 1ss – per Giovanni, le parole del Battista e la sua testimonianza – cfr Gv 1, 29-37), per l’evangelista Marco, e poi anche per l’evangelista Matteo, invece, la chiamata di Gesù è come l’irrompere improvviso di una luce che non vuole dilazioni, che chiede un immediato, un sì generoso e senza domande. La stessa parola di promessa che Gesù fa a Pietro ed Andrea è una parola ambigua e senza nessun precedente nella tradizione ebraica che potesse renderla chiara: essere “pescatori di uomini” non è un contratto, non è una promessa di ricompensa, non specifica vie di un possibile percorso o mete da raggiungere; essere “pescatori di uomini” non dà nessuna assicurazione sul futuro … e i quattro rispondono con la stessa logica: non valutano pro o contro, non cercano di fare patti, non fanno domande nè chiedono assicurazioni semplicemente (divina semplicita!) lasciano tutto e seguono Gesù!

Certo questo modo di raccontare ha più sapore teologico che storico, ma ci grida un’esigenza: il non pretendere di capire tutto e di sapere tutto davanti al Signore che chiama; questo racconto grida l’esigenza di lasciarsi illuminare dalla luce di Cristo, che rivela le tenebre in cui tanto spesso sediamo; grida l’esigenza di lasciarsi afferrare dalla luce per seguire la luce, fidandosi della luce.

La verità è che i nostri calcoli ed i nostri metri di giudizio sono davvero miseri, e ci lasciano il più delle volte “raggelati” in un immobilismo che pietrifica … e tanti rimangono con le loro reti e le loro barche, con i loro progetti e i loro affetti lì sulla spiaggia, incapaci di volgere lo sguardo a quell’ulteriore, che Gesù solo può indicare. C’è poco da fare, con Lui si va sempre verso un ignoto che può fare certamente paura, ma è un ignoto in cui Lui c’è, e tanto ci può bastare se davvero abbiamo fatto esperienza di Lui. Solo una debole esperienza (o un’esperienza inesistente!) produce uomini di deboli o inesistenti slanci.

Con la pagina di oggi l’Evangelo di Matteo ci mostra Gesù che inizia la sua missione con tre azioni precise: annunzia il Regno, chiama e cura. Questa triplice azione sarà la via per quei pescatori diventati pescatori di uomini: stare con Gesù per annunziare e mostrare il Regno presente; essere, a loro volta, voce che chiama altri uomini alle esigenze della sequela; chinarsi a curare le infermità degli uomini loro fratelli, a curare la terribile malattia della durezza-di-cuore (la “sklerokardía”) che conduce al vuoto e al non-senso, a curare la malattia dell’immobilismo che toglie all’uomo la passione per la vita, per l’oltre, per la ricerca appassionata del volto stesso dell’uomo.

Gesù passa sulle rive del nostro quotidiano, sempre … porta la luce del Regno perchè ci mostra, nella sua persona, come Dio può regnare in un cuore d’uomo, facendo dell’uomo una dimora dell’amore e della compassione, una dimora di misericordia e di fraternità. Quando incrociamo quello sguardo di luce, lasciamocene afferrare e partiamo con Lui.

Certo il “colpo di fulmine” dei discepoli al lago dovrà trasformarsi in un rimanere che non si stanca, un rimanere che non si tira indietro: quegli stessi discepoli che seguirono Gesù immediatamente, “lasciando tutto”, sono gli stessi discepoli che “fuggirono abbandonandolo” (cfr Mt 26,56) in una triste notte di primavera … La loro sequela entusiastica dovrà passare quindi per le domande, per le incapacità a comprendere, per le viltà, per le paure, per le cattive interpretazioni del Regno (“sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nel Regno” cfr Mt 20,21), dovrà passare per l’ora buia della croce … ma poi, quegli stessi discepoli, torneranno, e solo allora potranno essere – davvero e per sempre – pescatori di uomini fino ai confini del mondo … solo allora, perchè avranno fatto esperienza della fragilità del cuore dell’uomo nella loro stessa fragilità; e potranno aiutare gli uomini ad attraversare le domande, perchè essi stessi le avranno attraversate; potranno aiutarli nelle loro paure, perchè nella loro carne avranno sempre la memoria di quella paura che li aveva pietrificati dinanzi alla croce; solo allora, dopo il buio, potranno indicare la luce che a Pasqua sperimenteranno! Verrà dunque il tempo delle domande e delle paure, ma i discepoli le potranno affrontare e dominare solo per quel già detto su quella spiaggia di Galilea: un sì certamente fragile, ma vero, e detto “al buio”… fidandosi solo di un’intuizione di luce. In seguito, il sì degli inizi sarà più puro, ma quel sì piccolo e imperfetto, nel suo entusiasmo, era necessario.

Matteo vuole dunque dirci questo: prima la sequela e poi le domande; prima il sì e poi la fatica per custodirlo; prima la consegna piena al Regno e poi le lotte per la fedeltà e la forza necessaria per rialzarsi dalle cadute. Tutto questo può sembrare logico, tuttavia spesso scegliamo vie tortuose, in cui si cercano prima le assicurazioni, le mete ben definite, le certezze degli esiti … vie, queste, che non permettono mai un inizio; vie di rimandi senza fine. Gesù sa che la via della fiducia e della consegna è via di vera libertà: Gesù lo sa perchè questa è la via che Lui stesso ha percorso con il suo sì pieno al Padre; un sì che non sapeva dove l’avrebbe condotto, un sì che sapeva essere costoso, ma non quanto costoso: così ci ha salvati, così ci ha guariti e a questo ci chiama. Oggi.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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