VI Domenica del Tempo Ordinario – Preceduti dall’Evangelo

PER SCENDERE AL CUORE DELLA LEGGE 

  –  Sir 15, 15-20; Sal 118; 1Cor 2, 6-10; Mt 5, 17-37  –

 

TorahQuando Matteo scrive il suo Evangelo, negli anni ottanta del primo secolo, il Tempio è stato distrutto e Israele sta cercando unità, quella che non è più possibile attorno al Santuario di Gerusalemme, nella fedeltà alla Torah. Israele cerca una nuova ortodossia rispetto alla Legge, una rinnovata fedeltà ad essa; in tal senso la Chiesa di Matteo, una comunità fatta di giudei che hanno riconosciuto in Gesù di Nazareth il Signore ed il Messia, si interpella: qual è la novità del cristianesimo rispetto alla potenza della Torah?

Matteo giunge ad una conclusione incredibile e paradossale, che dobbiamo pur dire anche se con tutto l’amore ed il rispetto che nutriamo – e dobbiamo nutrire – per la Santa Radice di Israele, per il Popolo sempre santo ed eletto che è Israele; il paradosso che Matteo ci porge è questo: è davvero giudeo chi si fa discepolo di Cristo Gesù.

Il testo di questa domenica, per giungere a questa conclusione, ci presenta un’apparente contraddizione: la Legge è immutabile, non passa e, contemporaneamente, Gesù dice di continuo “vi fu detto ma io vi dico”; come mettere assieme queste due affermazioni?

La categoria che ci fa superare il paradosso è la categoria del compimento. Gesù è il compimento delle promesse, è il compimento della Torah, è il compimento dei Profeti … per noi cristiani è chiaro che l’Antico Testamento (e forse, anche per questo, è meglio dire Primo Testamento!) è una realtà aperta, è annunzio, è premessa, e questo significa che, per far sì che esso sia quel che Dio ha desiderato che fosse, è necessario andare oltre; è necessario superarlo, ma non per abolirlo. Per carità! Per dargli pienezza di senso e di significato!

Gesù, in tal senso, viene a dare compimento, viene a dirci, dinanzi alla Legge, il profondo della Legge: non si tratta di osservare dei precetti formalmente, ineccepibilmente; si tratta di comprenderne e viverne il cuore …; non si tratta solo di non uccidere, cioè di non versare il sangue spegnendo la vita dell’altro uomo, si tratta di non ucciderlo nel proprio cuore, bollandolo come stupido o come pazzo …; si tratta di non uccidere il mio amore per lui. Se per uccidere si intende lo spargimento del sangue dell’altro, in tanti ci si può sentire estranei a questo precetto della Torah; ma se si va al cuore della Torah si scopre quante volte noi tutti siamo capaci di uccidere.

Il compimento cui si deve giungere ha come premessa le Beatitudini, che assolutamente non sono un nuovo codice morale (guai a leggerle così!); sono invece la proclamazione di un evangelo: il Regno è arrivato! Il Regno è già nel mondo, perchè Dio si è chinato con amore sulla storia, con la carne del suo Figlio, l’Emmanuele, che sigilla nella nostra carne realmente l’essere povero, l’essere mite, l’essere affamato e assetato di giustizia, l’essere misericordioso, l’essere puro di cuore, l’essere pacificatore … Lui che ha pianto per l’uomo suo fratello, Lui che è stato perseguitato ed ucciso … Che significa questo? Una cosa grande e di capitale importanza, per noi – personalmente – e per la prassi ecclesiale: viene prima l’Evangelo, prima l’annunzio del Regno che è Gesù, prima la conoscenza di Lui e del suo amore e poi la morale! Gesù annunzia prima le Beatitudini, e poi parla di comportamenti che portino compimento alla Legge!

Tale compimento della Legge può avvenire solo se si supera la giustizia degli scribi e dei farisei. Si badi bene che qui scribi e farisei rappresentano due reali e diversi modi di intendere la  giustizia, cioè l’adempimento della volontà di Dio: gli scribi sono gli uomini della lettera, dell’interpretazione materiale della lettera della Torah; sono quelli che si appagano e si sentono giusti, perchè osservano la lettera della Legge; i farisei sono quelli che credono di creare un “di più” con le loro pratiche; all’osservanza letterale della Legge essi aggiungono le pratiche che sono convinti che li salvino, perchè accumulo di “meriti”: l’elemosina, il digiuno, le preghiere fatte in un certo modo … Il discepolo di Gesù è invece quello che è capace di superare queste “giustizie”, perchè ha scoperto d’essere stato preceduto dall’Evangelo che è annunzio gratuito di un amore preveniente, che, in Gesù, si è mostrato in tutta la sua pienezza … Si ricordi sempre che Matteo (come tutti gli evangelisti!) scrive con una chiara visione della Pasqua di Gesù, nella quale la narrazione dell’Evangelo, la luce delle Beatitudini sono piene e complete.

Il discepolo, preceduto dall’Evangelo, risponderà all’Evangelo senza “giocare” con la Torah, senza cercare vie di applicazioni formali e poco costose per esser giusto; il discepolo, preceduto dall’Evangelo, sarà in grado di non fidarsi delle proprie pratiche per accumulare “meriti”. Come si può pensare di “meritare” dinanzi all’eccedenza dell’amore preveniente di Dio?

Ecco che la giustizia del discepolo supera quella e degli scribi e dei farisei, perchè la luce dell’Evangelo che lo precede lo rende capace di scendere al profondo della Torah, e trovarvi le ragioni profonde di Dio. Diviene chiaro al suo cuore, allora, che non si tratta solo di uccidere materialmente, ma si tratta di conservare e custodire tutta la vita dell’altro … Non si tratta di  commettere adulterio, giacendosi con altri dallo sposo o dalla sposa, si tratta di essere fedele all’amore per il coniuge fino all’estremo, nel fondo del proprio cuore, senza che neanche il desiderio inquini l’amore per colui o colei che è stato dato in dono da Dio, come “carne della propria carne”.

La lettura superiore del discepolo fa ravvisare che certi pronunciamenti stessi della Torah furono scritti per la durezza dei cuori, erano cioè generati dall’incapacità che la Torah stessa riconosceva all’uomo di comprendere a pieno, prima di Cristo,  l’amore preveniente di Dio.

Ora, però, la luce del Cristo, della sua croce, del suo amore, dell’Evangelo che è proclamazione del Regno, donato gratuitamente alla storia, rende possibile la nuova giustizia. Per questa nuova giustizia, il discepolo sarà capace di fare delle scelte radicali, sarà capace di togliere da sè cio che si oppone al Regno (e qui c’è l’iperbole del cavarsi un occhio, o del tagliarsi una mano!); per questo non sarà più necessario al discepolo giurare per affermare la verità: egli ha imparato un parlare schietto, in cui i sono ed i no sono no! Quando, infatti, si vive nella lealtà e nella verità, queste non possono essere intensificate da giuramenti di qualsiasi tipo.

Insomma è un mondo nuovo quello che sorge dinanzi alla proclamazione dell’Evangelo del Regno. Un mondo nuovo, di cui il discepolo, diventato sale e luce della terra come si diceva la scorsa domenica, diviene specchio chiaro, capace di superare la Legge perchè capace di scendere al cuore ed al profondo di essa, realizzando la piena umanità a cui la Legge tendeva, e che Gesù ha reso possibile. Il discepolo è servo di questa pienezza sulle tracce del suo Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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