XXI Domenica del Tempo Ordinario – Chi è Gesù?


 LASCIAMOCI AFFERRARE DALLA GRAZIA

Is 22, 19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16, 13-20

 

Oggi una domanda su cui davvero “si gioca” tutto: chi è Gesù? Già Matteo aveva fatto risuonare questa domanda altre volte.

Se l’erano posta i discepoli sulla barca dopo la tempesta sedata: Chi è costui che perfino i venti e il mare gli obbediscono? (cfr Mt 8,27) ed è la domanda che, in fondo, si era posta anche Erode Antipa dandosi una risposta: Costui è Giovanni Battista. E’ risorto dai morti per questo ha potere di fare prodigi (cfr Mt 14,2). Dopo questi tentativi di domande Matteo qui vuole farci giungere una prima vera risposta che però poi avrà bisogno di essere approfondita e compresa.

​La domanda è posta da Gesù ai suoi all’estremo confine della Terra di Israele, ai piedi del Monte Hermon, lì dove ci sono le fonti del Giordano. Forse una precisazione geografica non del tutto casuale: la domanda compromettente e la risposta di Pietro vengono pronunciate lì dove c’è vicinanza alle genti, lì dove c’è “apertura” verso orizzonti ulteriori. Insomma la confessione della messianicità di Gesù avviene nella terra di Israele ma al confine dei territori delle genti.

​Domenica scorsa, non a caso, leggevamo di quella “conversione” di Gesù circa il suo rapporto con le genti quando la donna cananea gli aveva fatto spalancare il cuore e le intenzioni oltre i confini di Israele…ora, proprio ai confini della terra di Israele, rivolto quasi verso tutte le genti Gesù pone la grande domanda ai suoi.

​Le risposte che i discepoli danno circa il parere comune su Gesù non sono solo fandonie o fantasie di tipo superstizioso (come la risposta che Erode dà a se stesso di Erode: è un Giovanni redivivo e potentissimo), ma hanno anche uno spessore, e specie nella citazione di Geremia, il profeta sofferente contraddetto dai capi e la cui vicenda di profezia e dolore si svolge tutta a Gerusalemme. Come nella scena della Trasfigurazione, Mosè ed Elia erano segno della necessità della Scrittura per un “ascolto” pieno della parola di Gesù, qui è ancora la Scrittura ad orientare i cuori verso Gesù, ma il cammino non si può fermare a leggere Gesù solo come un ripresentarsi del passato: bisogna cogliere la “novità” di Gesù! E’ quanto riesce a fare Pietro.

​I tre sinottici (ed in fondo anche Giovanni con la risposta di Pietro dopo lo “scandalo” del capitolo 6: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna e noi abbiamo conosciuto e creduto che tu sei il Santo di Dio) sono concordi nell’attribuire a Pietro una confessione messianica di grande portata che segna uno spartiacque nella vicenda di Gesù con i suoi. Per Matteo è Pietro (da solo, anche se risponde a nome di tutti!) che riesce a varcare un confine importante: Gesù non è solo uno dei profeti ma è qualcosa di “nuovo”, sì in continuità con le promesse – e non potrebbe essere altrimenti – ma con un’unicità assoluta: è il Figlio del Dio vivente, colui che solo ed unico può rivelare agli uomini il volto del Padre.

​Certamente la confessione di Pietro nell’Evangelo di Matteo ha un forte sapore post-pasquale per la sua forza e precisione, ma, al di là della stretta verosimiglianza storica, a noi interessa cogliere, nel progetto di Matteo, il peso di queste parole ed il loro valore soprattutto ecclesiale.

​Pietro riceve da Gesù un elogio che in fondo, se ci pensiamo bene, non è proprio un elogio personale. Pietro non ha alcun merito di quella confessione; in lui, potremmo dire con linguaggio paolino, tutto è grazia!
Gesù lo chiama beato perché oggetto della gratuita rivelazione da parte del Padre.
Secondo alcuni esegeti il nome con cui qui Gesù chiama Pietro, Bar Jona non andrebbe tradotto con Figlio di Giona (d’altro canto, in Gv 21,15 si dice che Pietro è Figlio di Giovanni, e Giona non è assolutamente un diminutivo di Giovanni, come pure qualcuno ha tentato di dire!) ma andrebbe tradotto proprio con “Barjona”, che era il nome di una setta zelota, cioè di un raggruppamento politico di stampo nazionalistico che aveva scelto la strada della violenza per liberare la Palestina dalla morsa romana. Pietro insomma sarebbe uno proveniente da questo ambiente (altro che solo il placido pescatore del lago! D’altro canto non è lui che nel Getsemani avrà una spada?). Gesù gli sta dicendo che il Regno lo si conquista per grazia e non con la spada e il “sangue” sparso …Pietro dunque è beato perché si è lasciato afferrare dalla grazia e non perché ha conquistato il Regno con le sue forze e le sue astuzie. Pietro è beato perché tutto ha ricevuto dal Padre e Gesù continua a farlo oggetto di grazia dandogli una responsabilità ed una promessa.

​La promessa riecheggia in un testo di Isaia (28,14-18) in cui parla di alleanze con gli inferi nelle quali però gli inferi non prevarranno. E’ l’alleanza che i re di Giuda tenteranno con l’Egitto contro l’Assiria, alleanza che Isaia giudica diabolica in quanto incapace di fidarsi dell’unica Alleanza che salva, quella con il Signore. Le parole di Gesù a Pietro hanno lo stesso sfondo fosco in cui il male e le sue potenze attentano all’opera di Dio, ma contengono anche la stessa promessa: le potenze infernali non prevarranno! Si badi (contro ogni tentazione trionfalistica!) che Gesù non promette a Pietro ed alla Chiesa che prevarranno sul male, ma che non saranno sopraffatti. La lotta ci sarà ma in quella lotta sarà possibile essere “roccia”, come il nome di Pietro suggerisce, se ci si lascia afferrare dalla gratuità di Dio, se, come Pietro, si lascia che né la carne né il sangue dicano parole risolutive, ma solo la grazia!

​Sottilmente qui non c’è solo la parola fondativa del cosiddetto Primato di Pietro e del suo potere delle chiavi, ma c’è l’affermazione del primato che Pietro e la Chiesa devono dare a Dio ed alle sue vie che non sono secondo carne e sangue, cioè non seguono le logiche “buonsensiste” del mondo, quelle del tipo dei barjona, ma si lasciano tracciare dalla pura grazia. Sono quelle vie imperscrutabili e inaccessibili di cui ha scritto Paolo nel tratto della Lettera ai cristiani di Roma che oggi ascoltiamo.

​Le chiavi che Pietro riceve (e qui c’è l’eco del testo di Isaia circa il maggiordomo del re Ezechia che abbiamo ascoltato come prima lettura) serviranno a fare una cosa che ormai è chiara: bisogna aprire a tutte le genti il tesoro del Regno, la via della grazia. Potremmo dire che qui Matteo mostra i frutti dell’umile incontro con la donna cananea (cfr Mt 15,21-31), frutti che nella finale dell’Evangelo diventeranno espliciti: Fate discepole tutte le genti (cfr Mt 28,19).

​Pietro riceve anche un altro compito, quello di legare e sciogliere, che per i rabbini significava permettere e proibire, escludere dalla comunione o perdonare: una grave responsabilità che qui viene data a Pietro e in seguito a tutti i discepoli (cfr Mt 18,18). Il “sapore” di potere sugli altri è tolto se si considera che questa potestà di legare e sciogliere è sottomessa al farsi oggetto della grazia: quanto più Pietro e gli altri undici si lasceranno afferrare dalla pura grazia, quanto più accorderanno alla grazia un primato, tanto più avranno capacità di discernere ciò che va proibito e ciò che va permesso, dove sia la comunione e dove la separazione.

​Capiamo allora che non è questione di potere questa scena con Pietro, ma è questione di comunione e di primato di Dio nelle vite dei credenti. Si è “roccia” se non ci si fida delle proprie forze ma se si mette la propria debolezza nelle mani di Dio. E’ Lui che può rendere “roccia” la sabbia friabile! Pietro lo sperimenterà a pieno: nel cortile di Caifa capirà di essere ancora sabbia, e non ancora roccia. Pietro imparerà ad essere roccia facendosi plasmare da Gesù e dal suo mistero pasquale. Pietro qui ancora non ha capito tutte le implicazioni che contiene quella sua confessione: Tu sei il Cristo! Dovrà imparare a fidarsi delle vie incredibili e imperscrutabili della debolezza di Dio. Come e quanto ancora dovrà morire il barjona che è in Pietro!

​E’ questa anche la nostra fatica e la nostra lotta, la più terribile; quella contro noi stessi e le nostre presunzioni; quella contro le nostre potenze per dare spazio alla grazia.

​Il grande Patriarca di Costantinopoli Atenagora lo scrisse in una pagina mirabile:

​“Occorre fare la guerra più dura che è quella contro se stessi. Bisogna riuscire a disarmarsi. Ho fatto questa guerra per anni ed è stato terribile, ma adesso sono disarmato, non ho più paura di nulla, poiché l’amore caccia il timore … Se ci si disarma, se ci si spossessa, se ci si apre al Dio-Uomo che fa nuove tutte le cose, allora Lui cancella il brutto passato e ci rende un tempo nuovo nel quale tutto è possibile”.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

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