XV Domenica del Tempo Ordinario – La Parola seminata

 
L’APPARENTE INEFFICACIA DELLA PAROLA

Is 55, 10-11; Sal 64; Rm 8, 18-23; Mt 13, 1-23

 

Seminatore, icona (Monastero di Ruviano)

Seminatore, icona (Monastero di Ruviano)

Occorre fare una lettura di altro tipo di questa celeberrima parabola del seminatore; una parabola che apre il lungo discorso di Gesù fatto appunto di parabole. Matteo struttura questo discorso con uno scopo preciso: aiutare i predicatori dell’Evangelo a comprendere a pieno il loro ministero. Il problema della parabola non sono i destinatari del seme (i terreni), ma colui che sparge il seme.

La parabola nasce dallo scandalo dell’“inefficacia” della Parola seminata che tante volte si deve constatare, lo scandalo dell’Evangelo che, seminato nei cuori, tante volte lascia la gente immutata e indurita. Se il seme è la Parola di Dio che Cristo è venuto a portare, se il seme è l’Evangelo del Regno instaurato con la croce e con la risurrezione di Gesù (ricordiamo che la parabola è scritta dopo gli eventi pasquali, in una Chiesa che già annunciava la Pasqua del Signore!), come mai questa Parola potente non è efficace? Cosa accade?

Lo scandalo dell’“inefficacia” della Parola non è tuttavia solo un problema della Chiesa di Matteo; esso, infatti, produce anche nella prassi ecclesiale di oggi una gravissima disfunzione: tanti, nell’ambito ecclesiale, pensano che “parlare” non serva e così, nella Chiesa, gli spazi dati alla Parola ed al suo annunzio si restringono sempre più, allargando invece gli spazi di azioni considerate più “efficaci”, più soddisfacenti, più produttive. Ed ecco che si assiste ad una vita ecclesiale che si struttura troppe volte sul fare, credendo che questo, e quello – doveroso – della carità, siano più “efficaci” della Parola, siano più “efficaci” e “redditizi” dell’annunzio stesso dell’Evangelo. Ci si veste, naturalmente, di buone ragioni affermando che i “fatti” sono più delle “parole”, ma dimenticando che qui non si tratta di “parole”, ma della “Parola”!
Così si arriva a trasformare la Chiesa in un ente benefico, in un gruppo di filantropi, in una UNICEF confessionale…no! La Parola è efficace, ma non costringente; la Parola va seminata e non vanno calcolati – per questa semina – fatica, spreco, delusioni … chi esce a seminare l’Evangelo deve guardare all’uscita del Figlio di Dio che è venuto in questo mondo a seminare la Buona Notizia, senza risparmiarsi e senza fare calcoli di efficacia. In fondo la stessa semina del Figlio è finita in un fallimento fuori le mura della città santa: lì, sul Golgotha, sembrò infatti che la Parola seminata fosse del tutto inefficace!

La parabola del seminatore proclama invece una risposta chiara a chi – allora come oggi – è tentato dall’apparente “inefficacia” della Parola: il seminatore esce a seminare, ed il frutto della sua semina non è a tempo, non è riservato ad un futuro: non accade cioè che oggi c’è un fallimento, una non accoglienza, un rifiuto, un soffocamento della Parola e domani ci sarà l’efficacia. Non è così!
La semina avviene contemporaneamente su diversi terreni ed il frutto abbondante è contemporaneo al rifiuto, al risultato effimero, al soffocamento della Parola…
La parola seminata dovunque e in abbondanza produce certo frutto; non lo produce dovunque, ma da qualche parte sì! Sempre!
Guai a chi ferma la semina perché vede troppi terreni battuti, troppe pietre o troppe spine… colui che fa così dimentica che c’è il terreno buono in cui quella stessa Parola – che è tutta buona, perchè tutta viene dalla mano del Figlio di Dio! – frutterà oggi vita eterna, frutterà oggi un mondo nuovo!

Dinanzi a colui che annunzia la Parola c’è la mondanità e ci sono i figli del Regno, ci sono cioè coloro che sono refrattari alla Parola del Regno, e disposti ad accogliere la proposta – diciamoci la verità, “scandalosa” dell’Evangelo -, e ci sono poi coloro i quali invece si fanno accoglienti di quel seme piccolo e “stolto”, un seme piccolo e “scandaloso”, e lo mettono dentro, e lì – certo – germoglierà.

Gli annunziatori dell’Evangelo, ci dice la parabola, non devono fermare la corsa della Parola a causa delle loro attese e delle loro proiezioni; gli annunziatori della Parola sono invitati a non fermare lo sguardo sugli “insuccessi” e sulle “inefficacie”, ma a volgere con fermezza lo sguardo lì dove la Parola fruttifica.
Forse chi si ferma agli insuccessi mette più attesa nelle proprie attese, mette più speranze nelle proprie speranze che nelle attese di Dio e nelle speranze di Dio.
Come scrive Isaia nel testo famosissimo che oggi è la prima lettura, la Parola ha una sua forza, una sua efficacia che non va disconosciuta, ma che non va neanche ridotta alle nostre efficacie e ad i nostri parametri.
Quello che conta è che la Chiesa non fermi l’annunzio della Parola, e non si perda in cose più “efficaci” e più “utili” secondo quella mondanità che troppo spesso la abita.

Il creato attende con impazienza che i figli di Dio si rivelino, ha scritto Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Roma, e questa rivelazione certamente avviene con una vita altra… ma una vita altra giustificata da una Parola di annunzio, che renda ragione della speranza che abita il cristiano (cfr 1Pt 3,15).

Povera Chiesa di Cristo se non grida più lo “stolto” Evangelo di Cristo crocefisso, e preferisce altre azioni! Il Risorto ci ha inviati ad annunziare quell’Evangelo, e senza risparmio e senza calcoli; non lo si può dimenticare, nè si può sostituire con altro dandolo per scontato!

La spiegazione della parabola che segue va nella direzione moralistica che tante volte prende la riflessione cristiana. La Chiesa di Matteo vuole aggiungere una riflessione sui terreni, spostando però così l’attenzione da colui che semina a colui che riceve la semina …un’operazione – in fondo – indebita, per quanto forse utile, dinanzi all’originale intenzione della parabola. Ma è un di più.

Oggi la domanda che la liturgia ci fa è sulla fiducia che abbiamo nell’annunzio dell’Evangelo, che è necessario compiere e da cui non ci si può dare esonero!
Mai!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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