XVI Domenica del Tempo Ordinario – La zizzania non deve essere strappata

 

LA PAZIENZA DI DIO, LA SPERANZA DELLA CHIESA 

Sap 12, 13.16-19; Sal 85; Rm 8, 26-27; Mt 13, 24-43

 

Grano e zizzania

Grano e zizzania

Ancora una parabola, anzi tre parabole, anche se pare che quella della zizzania prenda tutto il campo! Tre parabole certamente collegate, e con una spiegazione “a scoppio ritardato” della prima parabola. Come per la spiegazione della parabola del seminatore, anche questa spiegazione non risale a Gesù, ma alla comunità di Matteo e alle sue esigenze storiche; e anche questa spiegazione – dobbiamo dire la verità, come nel caso della parabola del seminatore – sposta l’attenzione dal vero centro della parabola.

Il problema della parabola della zizzania è un problema serio che agitava le comunità degli inizi come agita, in qualche modo, anche le comunità cristiane di oggi, anche se – dobbiamo dire con rammarico – noi sembriamo meno agitati rispetto a quelle prime generazioni cristiane. Forse siamo, drammaticamente, più abituati alla presenza del male tra di noi. Il problema, infatti, è lo scandalo dei peccati dopo il battesimo, lo scandalo del male che può abitare anche la Chiesa.

In primo luogo la parabola mette in guardia sul fatto che la Chiesa non è la comunità dei puri, degli eletti, degli uomini già salvati…no! La Chiesa è la comunità dove ci si può salvare. La presenza della zizzania non può essere nè deve essere una sorpresa, e neanche deve essere letta come un segno di impotenza della Parola dell’Evangelo di salvare gli uomini. Anche qui, come nella parabola del seminatore, Matteo affronta il rischio, che tanti corrono, di pensare che la Parola sia “inefficace”: se c’è la zizzania, incarnata in alcuni che hanno ricevuto la Parola e che si sono impiantati nel terreno della Chiesa, vuol dire per caso che la Parola non abbia forza sufficiente a cambiare il volto della terra?
Questa è una domanda drammatica, e la parabola vuole dare una risposta.

Così il primo problema che la parabola affronta è la presenza di servi zelanti ed impazienti che vorrebbero anticipare il giudizio di Dio con il loro giudizio; la parabola rimanda il giudizio alla fine, ma ha un altro centro: il cuore della parabola, mi pare, non è la presenza della zizzania (è un fatto facilmente constatabile!), e neanche il fatto che nel futuro giudizio il buon grano sarà separato dalla zizzania! Il centro della parabola sta nel fatto che oggi la zizzania non deve essere strappata.

Come sempre anche questa parabola è scioccante: lo scandalo è la pazienza di Dio che si colloca al di là di ogni intolleranza.
Forte era il problema dell’intolleranza ai tempi di Gesù: i farisei e gli esseni, infatti, propendevano ad una rigida separazione tra puri ed impuri: essi pensavano che l’instaurazione del Regno di Dio sarebbe avvenuta attraverso questa rigida separazione.
In fondo la stessa predicazione del Battista si spingeva su queste rive quando gridava: “La scure è posta alla radice…”, e che il Messia sarebbe venuto impugnando “il ventilabro per separare il grano dalla pula” (cfr Mt 3, 10.12).
La Chiesa dei primi secoli fu anch’essa tentata da questa logica che – diciamoci la verità – è una logica facile, anche se altamente illusoria perché i puri non esistono…addirittura nella Chiesa antica ci fu un tempo in cui si discusse circa la possibilità di ottenere il perdono per i peccati commessi dopo il Battesimo.

La pratica di Gesù va in tutt’altra direzione, tanto da scandalizzare i farisei e da far sorgere dubbi persino nel Battista che manda a chiedere a Gesù se è proprio lui il veniente (cfr Mt 11,3): Gesù infatti frequenta i peccatori e i pubblicani, e siede a mensa con loro (cfr Mt 9, 10-13); Gesù ha tra i suoi discepoli un traditore; Gesù frequenta donne di dubbia fama (cfr Lc 8, 1-3) e si fa toccare da una pubblica peccatrice (cfr Lc 7, 36-50).
Gesù chiede conversione, ma non segue nessuna logica di separazione e di contrapposizione tra puro e impuro: la parabola della zizzania altro non è che l’adozione di quella “politica” e logica di Gesù nella vita della Chiesa e nella vita della comunità dei discepoli. Una logica – quella che la parabola ci trasmette – tanto “altra”, tanto difficile a portarsi, che la Chiesa non è stata capace di realizzare neanche in epoca apostolica.
Si pensi a Paolo che, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, comanda alla Chiesa di “sradicare” da sé uno colpevole di incesto, di espellerlo dalla comunità (cfr 1Cor 5,5): l’Evangelo di oggi giudica dunque questa pagina di Paolo, e dichiara che l’Apostolo non seguì la via di Gesù che chiede di lasciare il giudizio ultimo a Dio, e di lasciare nel campo della Chiesa il buon grano assieme alla zizzania.

Nell’oggi della Chiesa è così: il grano sta assieme alla zizzania, non può essere diversamente… la Chiesa è così, e così diventa luogo di pazienza e di fraterna carità, poiché l’attesa ed il rinvio del giudizio custodiscono, forse, una speranza incredibile: la zizzania potrebbe trasformarsi.
Certo, biologicamente, la zizzania mai diventerà buon grano, ma nel “paese” della grazia, sul terreno della Chiesa di Cristo, questo potrebbe anche avvenire…
Allora l’attesa è il tempo della Chiesa, in cui non bisogna essere impazienti, ma è anche il tempo della speranza e dell’intercessione. L’attesa che Dio chiede ci suggerisce che il Regno è presente, ma è anche realtà in divenire, realtà dinamica…
La Pasqua del Figlio ha vinto il male in radice, ma non ha eliminato le sue conseguenze: vi è un “contagio” del male che infetta il terreno santo della Chiesa, perché in esso ci sono gli uomini feriti e avvelenati da quel contagio.

Le due brevi parabole che Matteo narra tra la parabole della zizzania e la sua spiegazione, le parabole cioè del granello di senape e del lievito, ci vogliono rendere convinti dell’incredibile potenza dell’Evangelo…
D’altro canto, proprio la storia di Gesù, finita così male, sembra piccola cosa, insignificante per la grande storia che neanche se n’è accorta; eppure ha in sé una “potenza” tale da trasformare la storia, proprio come il pizzico di lievito o il piccolo granello di senape: guai a chi si fa accecare dalla grandezza, guai a chi disprezza la piccolezza…
Nella storia c’è il seme del Regno che è la Chiesa, piccola e povera perché peccatrice e colma di zizzania; ma quel seme del Regno porterà al Regno!
Di questo i cristiani devono essere certi, senza però perdere la tensione verso la purificazione della Chiesa; questa però non si ottiene sradicando gli altri dalla Chiesa, ma sradicando il male dal proprio cuore, e lottando, anche dolorosamente, per giungere a questo sradicamento.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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