XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Mai senza l’altro


LA CORREZIONE FRATERNA

Ez 33, 1.7-9; Sal 94; Rm 13, 8-10; Mt 18, 15-20

 

Cristo tra i Santi Pietro e Paolo, di Pietro Lorenzetti

Cristo tra i Santi Pietro e Paolo, di Pietro Lorenzetti

Il capitolo diciotto di Matteo contiene il cosiddetto discorso ecclesiale: Gesù parla del suo sogno di comunità…quelli che credono in Lui realizzano una Comunità che ha precise caratteristiche. Per Gesù non basta una formale adesione a questo gruppo, una dichiarazione di appartenenza generica…quello che conta è impostare delle relazioni che siano davvero fraterne, e questa fraternità si fonda sulla mediazione di Gesù stesso e questa fraternità assicura la sua presenza.

Nella prima parte del discorso (che non abbiamo ascoltato) si parla di grandezza e piccolezza nel Regno, giungendo alla conclusione che i piccoli valgono talmente tanto che per un solo piccolo, e per giunta peccatore, vale la pena lasciare i novantanove grandi (o giusti) per cercare quel solo. La seconda parte del discorso mette in campo tutta una gamma di problemi grandissimi che sorgono in ogni relazione umana, e che sono essenziali per la vita della Comunità di Gesù: il peccato, la correzione, il perdono…
La sezione di cui è parte l’evangelo di questa domenica inizia dicendo: “Se il tuo fratello pecca contro di te” e si conclude con la parabola dei due servi (o del servo spietato), che termina con un detto di grande peso: “così il Padre mio farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno il proprio fratello”. La sezione, dunque, ha un tema preciso: il peccato del fratello e il comportamento che bisogna assumere dinanzi ad esso.
L’inizio del capitolo ci ha messo bene in chiaro che nella Comunità persistono peccati, scandali, inimicizie…cosa fare dinanzi a questa realtà?

La risposta è una sola: amare e perdonare, e guardare all’altro sempre come ad un fratello.
E’ proprio la visione dell’altro come fratello la molla per la correzione fraterna, di cui oggi l’evangelo sembra tratti con centralità. Tutta la “procedura” che Matteo qui suggerisce di fronte al fratello che sbaglia deve avere una sola motivazione: l’amore.
Nessuna correzione fraterna è lecita se non nell’ambito dell’amore vero e concreto per il fratello. D’altro canto, la stessa dizione “correzione fraterna” mette in risalto che la correzione deve partire dal sentirsi fratello, per arrivare all’altro da chiamare e trattare come fratello.

Se non c’è l’amore nessuno si azzardi a correggere: chi corregge senza amore rischia di correggere per umiliare, per dominare, per spirito di rivalsa, per sottolineare la propria “giustizia” e la propria irreprensibilità.
Di contro, chi corregge per amore soffre per il peccato dell’altro, lo sente nella propria carne e nel profondo dei suoi sogni di comunità e di umanità nuova. Chi corregge per amore è disposto a lottare per la vita e la gioia dell’altro, perché sa che il peccato sottrae all’altro vita e gioia… ed ecco perché chi corregge, nel discorso che oggi fa Gesù, è disposto a mettere in piedi tutta quella “procedura” di correzione che coinvolge altri della Comunità, ad amare e lottare con lui per il fratello che sbaglia.

In tutto questo procedimento si apre una via in cui il peccatore, sentendosi amato e non umiliato, rimproverato e schiacciato può avere la possibilità reale di guardare in faccia al proprio errore e trovare la forza per uscirne, sapendo di poter contare sull’aiuto di quelli che lo amano e l’hanno cercato nel suo peccato.

La conclusione dura per chi non ascoltasse la correzione carica di un vero amore fraterno ed ecclesiale (“consideralo come un pagano e un pubblicano”) è, in realtà, la constatazione di un dato di fatto: chi non accoglie l’amore si pone da sé fuori della Comunità di Gesù; chi non accoglie onestamente quell’amore che lo cerca e gli mostra il proprio peccato, come può stare ai piedi della croce di quel Figlio di Dio che si è donato, Lui giusto, per gli ingiusti? Inoltre la Comunità non può avallare il peccato mortifero dell’altro e, con sofferenza, deve rendersi conto che, chi disconosce l’amore, è fuori dalla Comunità.

Una Comunità così, animata dall’amore e disposta a lottare per l’amore, farà un’esperienza straordinaria: sperimenterà la presenza di Gesù, sempre! Non si tratta solo di pregare assieme, ma di essere assieme, di fare una scelta radicale e di fondo per il “con”, per il “mai senza l’altro”!
Gesù parla qui di “accordarsi sulla terra”: è un’espressione bellissima ed amplissima che merita la nostra meditazione profonda, e lo scavo più entusiastico possibile per trovarvi tutte le implicanze e tutte le esigenze che essa racchiude. Il verbo che Matteo pone sulle labbra di Gesù è il verbo “siunphonèo” che significa “suonare assieme”, “parlare assieme”, “avere voce assieme”; significa, cioè, armonia, ascolto reciproco; significa sapere che la “sinfonia” la si ottiene dalla somma delle voci e dei suoni, i quali hanno ognuno il suo timbro e la sua altezza e che assieme creano il bello, il vero e spessissimo il sublime.

E’ allora la scelta del “con” (del “siun”) che rende palpabile la presenza di Cristo nella sua Comunità e che, di conseguenza, rende la Comunità credibile nella storia, capace di portarvi Cristo, che è il volto dell’amore e del perdono di Dio.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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