XXX Domenica del Tempo Ordinario – Due cardini imprescindibili

 AMORE PER DIO, AMORE PER IL PROSSIMO

 

Es 22, 20-26; Sal 17; 1Ts 1, 5c-10; Mt 22, 34-40

 

TorahL’uomo ha due tendenze fondamentali, le quali permeano anche l’animo cristiano: la tendenza “religiosa”, che accentua il primato di Dio e, dunque, la dimensione della preghiera, dell’interiorità e della ricerca di senso al fine di plasmare un uomo migliore a partire proprio dal quell’interiorità, e la tendenza dell’attenzione all’uomo, con la lotta per la giustizia, la critica alla società e alle sue dinamiche pervertite, la presa di posizione dinanzi ai poveri… Qualcuno parla di fede e politica, altri di contemplazione ed azione, altri ancora di “teoria” e  “pratica
Nulla di più superficiale, errato e dannoso per l’autentico sviluppo dell’uomo e del credente.

Purtroppo questa contrapposizione si è insinuata anche nella Chiesa, con la pestifera distinzione tra vita contemplativa e vita attiva, e con le letture conseguenti e sciagurate di passi come quello di Marta e Maria (cfr Lc 10, 38-42).

Chi fa questo tipo di letture, o chi predilige una via all’altra, dimentica il testo evangelico di questa domenica, testo attestato con diverse colorazioni in tutti e tre i Sinottici, e che Matteo ci trasmette in una versione scarna che punta dritto al problema senza edulcorazioni e senza neanche l’alone di simpatia con cui Marco circonda l’incontro tra Gesù e lo scriba, un incontro, questo, tra due cercatori di verità.

Nulla di tutto ciò in Matteo: al nostro evangelista interessa mostrare le due dimensioni come cardini imprescindibili su cui si regge tutta la verità dell’uomo. Per Matteo ci sono appunto due cardini, uno superiore (l’amore per Dio) ed uno inferiore (l’amore per il prossimo), ma tutti e due essenziali per far girare la porta, per aprirla e farla essere ciò che deve essere…le porte, infatti, non girano su un solo cardine; ce ne vogliono per lo meno due! E li chiamo cardini, perchè Gesù dice che a «questi due precetti sono appesi (in greco “krématai”, che ha sullo sfondo l’ebraico “telujim”) tutta la Legge e i Profeti».

I due precetti erano molto noti; tuttavia, nella risposta che Gesù dà al fariseo malevolo che qui lo interroga, la novità sta nell’aver associato lo Sh’mà (cfr Dt 6, 5) – con il comando dell’assoluto primato di Dio, indiscutibile sia per Gesù che per i Farisei – con il comando dell’amore per il prossimo tratto dal Libro del Levitico (cfr Lev 19, 18).
Il Fariseo chiede a Gesù del comandamento grande (il “kelal gadol” in ebraico), come dicevano i rabbini nelle loro discussioni; Gesù nel rispondere, enunzia invece due comandamenti senza negare il primato di Dio, dichiara che c’è un altro precetto, potremmo dire speculare al primo e impossibile da osservarsi senza il primo… l’amore per il prossimo.
Ed è questo comandamento che rivela la verità dell’osservanza del primo: solo chi ama il prossimo mostra di amare Dio per davvero, e con tutto ciò che è, così come prescrive lo Sh’emà!
Per Gesù questo secondo comandamento è davvero rivelativo del primo, e qui Gesù, se ben ci pensiamo, è sottilmente polemico ed ironico.
I Farisei, nel volerlo mettere alla prova come scrive Matteo, con la loro malevolenza e perfidia, stanno dimostrando di non amarlo, di non riconoscerlo prossimo…e, dunque, non amano neanche Dio. Si radunano infatti, e tengono consiglio contro di Lui per arrestarlo e poi per ucciderlo (cfr Mt 21, 46. 22,15): dov’è dunque il loro amore per Dio?

I due comandamenti non vanno disgiunti, nè va tolto il primato al comandamento dell’amore per Dio: quando questo crolla, nulla può rimanere radicale nell’amore per l’uomo! Quanto appaiono stolte certe recenti posizioni “aggiornate” assunte da qualche ordine monastico di antica fondazione che – in nome dell’uomo (e, aggiungo, “per prurito di novità”, come direbbe l’Apostolo!) – ha recentemente affermato di non poter più ritenere vincolante il dettato della Regola di san Benedetto, che chiede ai suoi monaci di “nulla anteporre all’amore di Cristo”, e di doverlo mutare in “nulla anteporre all’amore per l’uomo”!
Incredibile!
Come è possibile una simile deriva?
Come se l’amore di Cristo, in cima agli amori, non fosse garanzia di un vero amore per l’uomo; come se il primato che Cristo chiede per Dio e per sè non fosse la vera forza dell’Evangelo, e dunque la forza dell’amore per il prossimo; come se il mistero dell’Incarnazione non fosse sigillo di forza sull’amore per l’uomo; come se le salde radici nell’amore per Cristo non fossero liberanti da ogni idolatria ed ideologia; come se l’amore per Dio non fosse forza che tutto purifica!

Per Gesù il “kelal gadol”, il “grande comandamento”, è il primato di Dio che Egli genialmente unisce all’amore per il prossimo, ma in una gerarchia che non assolutizza il primo (sarebbe ipocrita “religione”!) e non assolutizza il secondo (sarebbe filantropia senza radici profonde e senza forza di durata, e con la tentazione di fare distinzioni tra prossimi e meno prossimi, se non tra amici e nemici!).
Gesù non priva di importanza il primo, giudicandolo troppo “astratto”, e non svilisce il secondo perché troppo “politico”.

Per Gesù i due precetti sono l’uno di fronte all’altro, mostrano le esigenze l’uno dell’altro e, proprio come due cardini, reggono e fanno girare la porta della vita, che è la Rivelazione di Dio, la Legge e i Profeti. Solo su quei due cardini si può aprire la porta all’uomo nuovo, il quale trova nell’amore per Dio e per il prossimo la possibilità di trasformare la faccia della terra.

Gesù percorse questa strada: amò il Padre con tutto se stesso, fino a volere solo la volontà di Lui (cfr Mt 26, 39.42), e amò i suoi che erano nel mondo “fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1).

 p. Fabrizio Cristarella Orestano

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